Home > Recensioni > La Siciliana Ribelle

Una terribile adolescenza italiana

Purtroppo è una storia vera. “La Siciliana Ribelle” del titolo del film di Marco Amenta altri non è che Rita Atria, ragazza di 17 anni che nel 1991 si rivolse al giudice Paolo Borsellino per denunciare gli assassini del padre e del fratello, entrambi mafiosi. Una storia che oggi è facile ripercorre attraverso la cronaca e i numerosi siti internet a lei dedicati, ma che nessuno prima d’ora aveva esplorato, con sensibilità e coraggio, come ora Amenta fa con questa pellicola, distribuita da Istituto Luce e realizzata in collaborazione con la Regione Siciliana.

Il film si apre sul bianco di un lenzuolo steso al vento ad asciugare, che Rita macchia con il rosso di un pomodoro, amaro presagio di ciò che a breve avverrà. Il padre, a cui lei è legatissima, rifiuta infatti di intraprendere la redditizia strada del traffico della droga e viene ucciso da un altro uomo d’onore, trivellato di colpi nella piazza del paese di Partanna.
Comincia così per Rita il percorso della vendetta, che la ragazza maturerà dall’infanzia fino ai suoi diciassette anni. È con questo spirito che la ragazza consegna alla giustizia – quella stessa giustizia su cui ha sputato fin da piccola – i diari in cui ha annotato l’attività dei clan del suo paese. Solo l’incontro con Paolo Borsellino, come un nuovo padre per lei, potrà guidarla fuori dai percorsi psicologici della magia.

Protagonista, oltre a Rita, magnificamente interpretata da Veronica D’Agostino, è il paesaggio. Ciascun luogo ha un’anima e rappresenta come un passaggio a un’esistenza diversa, ogni volta accompagnato dal cambio di identità a cui Rita, pentita di mafia, è costretta a sottoporsi: dall’assolato orizzonte isolano, al centro romano, fino alla desolata periferia della capitale in cui la ragazza andrà incontro al suo destino.
Certamente imperniato su un fatto di cronaca, “La Siciliana Ribelle” è quindi soprattutto la storia di un’adolescenza. Un’adolescenza intensa e terribile, che anche noi – italiani e ed esseri umani – non possiamo che vivere con commozione.

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