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Per amore, quasi per follia

La scena iniziale è anche la conclusiva. La macchina della polizia attraversa le strade della campagna francese. Un finale già detto, un enigma comunque da risolvere, nessuna facilitazione.
A Grenoble è stato commesso un omicidio.
Bernard e Mathilde si ritrovano vicini di casa dopo otto anni. La loro storia è terminata tragicamente: un aborto, malintesi mai chiariti.
Ora le coppie sono due. Bernard e Arlette, Mathilde e Philippe. I due ex compagni si ritrovano a vivere insieme la quotidianità del tranquillo paesino di provincia, dove le giornate sono movimentate solo da qualche rara festività e dagli appuntamenti al circolo di tennis. Una normalità pesante, come lo è solo ciò che non si sente appartenere.
Un timido primo approccio si tramuta in una relazione sempre più appassionata che termina con la confessione di Bernard, che esplicita il suo amore per Mathilde. La donna cade in depressione e sarà, successivamente, portata in una clinica. Philippe decide di traslocare, il suo ruolo è oramai ingombrante, e doloroso.
La passione di Mathilde non è sopprimibile, l’ultimo rapporto sarà sul prato di casa e lì i due proiettili: uno verso Bernard, l’altro contro se stessa.
“È una storia vista dalla parte della donna”, dirà Truffaut, cosciente del vero problema che si trova dinanzi alla messa in scena di un racconto del genere: il punto di vista esterno. Esiste davvero un punto valido diverso da quello proprio dell’amore? “L’amore è folle solo negli occhi di chi guarda la passione senza viverla. Chi la vive non si crede folle, anzi non lo è.”

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