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La deriva barocca del noir

Dopo aver salvato la bella Elsa Bannister da un’aggressione, Micheal O’Hara viene assunto sullo yacht del marito Arthur, ricco e potente avvocato, per una crociera verso i mari del sud. Si innamora di Elsa e si lascia irretire in una trappola mortale accettando cinquemila dollari da Grisby, il folle socio di Arthur, per inscenare un finto omicidio. Accusato di due delitti, si darà alla fuga fino alla resa dei conti nella celebre scena della sala degli specchi.

Lasciate perdere la trama, farraginosa e sconclusionata: le traversie produttive e le numerose revisioni pesano irrimediabilmente sull’esito dell’opera, ad una prima lettura assolutamente delirante, irrisolta e confusa. Nonostante lo schematismo delle caratterizzazioni e l’inverosimiglianza di alcuni passaggi narrativi, “La Signora Di Shangai” è un perfetto esempio di film noir in cui le convenzioni del genere sono portate alle estreme conseguenze.

Nella consapevolezza del disastro generale Welles sembra infatti esprimere deliberatamente il suo rifiuto dei codici hollywoodiani mescolando il massimo della convenzione con il massimo dello stile immaginifico e vertiginoso che lo ha reso celebre: i dialoghi fra O’Hara ed Elsa sono soffusi con una luce flou eccessiva che ridicolizza il romanticismo delle immagini divistiche, mentre i primi piani distorti sui volti di Arthur e Grisby assumono un colore grottesco volutamente dissonante. Sequenze girate in esterni con complessi movimenti di macchina e una straordinaria profondità di campo sono “rovinate” da inserti posteriori in cui gli attori recitano davanti a fondali dichiaratamente finti. Il risultato, qualcosa a metà strada tra il sublime e il comico involontario, è una successione di momenti eterogenei in cui il genio visivo dell’autore torna ad emergere a sprazzi, soffocato dalle difficoltà finanziarie: è il caso delle scene nell’acquario, nel teatro cinese e nella sala degli specchi in cui i giochi illusionistici e la moltiplicazione delle immagini di Elsa e Arthur sottolineano l’irrealtà del cinema ed al tempo stesso il suo potere.

Deriva barocca del noir, “La Signora Di Shangai” è anche uno dei più entusiasmanti, crudeli e misogini esercizi di distruzione dell’immagine divistica che Hollywood abbia mai prodotto. Welles gioca sadicamente con l’immagine della Hayworth, da cui non aveva ancora ottenuto il divorzio, imponendole un punitivo taglio di capelli e una platinatura scandalosa che cancella in un istante il ricordo di Gilda. Vestita da marinaio o trasformata in pin up in costume da bagno, la Hayworth è ridotta a figura da calendario, ed anche come ultima dark lady deprivata di qualsiasi alone di romanticismo finisce con l’assumere l’inespressività di un automa. I primi piani convenzionali sul volto della star imposti a Welles dalla produzione sono talmente insistiti che producono l’effetto di ridicolizzare l’erotismo artificioso e vuoto del cinema classico.

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