Home > Recensioni > La sposa promessa – Fill the Void

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Freddo orrore

Ritratto di una famiglia in una comunità chassidica, gli ebrei ultra-ortodossi che formano un microcosmo religioso con regole molto rigide e chiuse, in una prospettiva tutta al femminile, a partire dall’occhio che guarda e osserva, quello della regista Rama Burshtein.

Convertita al chassidismo lei stessa, la regista filma quella che sembra una vita imbalsamata in un rituale ebraico, giocato sulla vita della protagonista, Shira, che viene spinta dalla madre a sposare il vedovo della sorella, morta di parto, per impedire che l’uomo si risposi in Belgio portando via con sé il neonato, e soddisfare così la volontà della donna di non perdere l’unico nipote. Il film racconta così la crescente violenza psicologica subita da Shira da parte della sua stessa famiglia e della comunità patriarcale cui appartiene malgrado si senta braccata.

OneLouder

Quello che sorprende tuttavia, è lo stile di ripresa oggettivo, freddo, distaccato, molto elegante, che in “Fill the Void” — in concorso a Venezia 69 — ci presenta le donne filtrate da una mascherina che rende il tutto ovattato e manierato. Effetto voluto, e riuscito ai fini di un ritratto di grande impatto, che può risultare anche fastidioso, angosciante e autocompiaciuto, perché non emerge mai l’idea che la regista instilli un segnale di critica al mondo che mette in scena, probabilmente l’opera trascende le intenzioni della regista.

Con una svolta stilistica nel finale, che sembra prendere una piega quasi horror: lei vestita da sposa che si dondola in preda ad una crisi di panico, il suo volto stravolto rigato di lacrime nere di rimmel, lo sposo che entra preceduto da due inquietanti uomini con delle candele in mano, e l’ultima claustrofobica inquadratura di lei.

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