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La bambina che dava retta ai sassolini

Gelsomina è una creatura dall’innocenza evangelica, di una purezza d’animo che fa male, ma non si presenta nelle vesti cristiane, inavvicinabili nella loro sacralità, si presenta nelle vesti profane di un clown. Sgraziata, buffa e ingenua, è capace di stupori infantili e improvvisi incupimenti, con quei suoi occhi grandi e lucidi. Un personaggio che lascia una nota d’indefinita e struggente malinconia. Non ha malizia, né è capace di tutti quei piccoli tradimenti e ipocrisie che complicano la vita degli esseri umani. Per questo è sola, e disperata di esserlo. A rincuorarla è la “filosofia del sassolino” esposta dal “Matto”. Gelsomina rappresenta l’offerta di “un mondo limpido fatto di fiduciosi rapporti, e l’impossibilità e il tradimento di tutto questo” confessa Fellini. Una fiaba feroce, di un lirismo limpidissimo, sulla solitudine di una vita che nel momento in cui cerca di addolcirsi, riceve solo bestialità e incomunicabilità. Il film presenta un mondo alle soglie del magico, del miracoloso, ma anche spietato nella sua indifferenza. Fellini è tanto più sincero quanto più si abbandona alla sua ispirazione modernissima: un mondo fantasmagorico, meraviglioso e contraddittorio, in cui la realtà e l’immaginazione si confondono senza che l’una sia la sovrastruttura simbolica e ideologica dell’altra. Ne “La Strada” Fellini ricopre la sua ispirazione rivoluzionaria con una fiaba “classica”, dove inventa personaggi indimenticabili ma riduce la potenza dell’immagine, massima espressione della natura figurativa del cinema, a vantaggio delle tappe obbligate della narrazione.

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