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Il canto del cigno

Dal romanzo di Ermanno Cavazzoni “Il Poema Dei Lunatici”, Fellini “con l’ispirazione del grande illustratore ha tratto in sostanza l’immagine archetipica di: un pozzo nella campagna sotto la luna, e un matto davanti” (Tullio Kezich, “Panorama”, 1990). Lo strambo, tenero e malinconico Ivo Salvini è, come la Gelsomina de “La Strada”, l’unico ancora capace di ascoltare la voce della Luna, che magari è un bisbiglio immaginario e inintelligibile, un soffio di poesia capace d’inebriare della dolcezza della vita che resiste nonostante la turpitudine imperante. Ma allo stupore è ineluttabilmente legato il dolore, che arriva col suo pungolo proprio nel momento di massimo incanto e godimento. Ecco allora affiancarsi a Ivo-Benigni Paolo Villaggio-Gonnella, con la sua aristocratica angoscia, col suo disincanto e il suo risentimento pieni di dignità. Ed ecco Leopardi, padre putativo di coloro che con instancabile meraviglia non smettono di “cercare” la voce della Luna, superba regina indifferente alle nostre domande e alla nostra solitudine. Ma Fellini sembra andare addirittura oltre Leopardi: anche la Luna si è corrotta, ha assunto le fattezze di un viso perfetto come quello di una bambola di ceramica, bellissima ma falsa, e dice: “Ho dimenticato la cosa più importante: pubblicitààà!”. Fellini ci ha regalato l’ultima e più sconsolata rappresentazione di quel carnevale assordante che è l’Italia contemporanea, consumista e provinciale. In uno spiazzo circondato dal nulla viene ricavata una piazza di paese, che assomiglia molto alla Rimini di “Amarcord”, ma calata in un’atmosfera artificiale, dove anche il cielo sembra finto, attanagliato da una selva fitta di antenne. In questo spazio totalmente artefatto si svolge la fiera degli orrori, con le gnoccate in diretta sulla tv locale con tanto di elezione di Miss Gnocca (come non pensare a Miss Padania?), e addirittura la cattura della Luna, usata per sponsor politico-religiosi: la tv è arrivata a conquistare l’irraggiungibile. E addio poesia.

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