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Nostra Signora del calvario

Per il capitolo finale della Trilogia della Vendetta, Park Chan-wook riprende e rielabora temi già affrontati nei due film precedenti, portandoli a nuovi picchi di complessità e profondità. La Lady del titolo è Geum-ja, presunta infanticida, che dopo aver scontato 13 anni di prigione è pronta a vendicarsi del vero colpevole. Contravvenendo alle aspettative, Park abbandona la struttura da thriller “popolare” di “Oldboy” e confeziona un’opera sontuosa, stratificata, complessa: la prima parte del film disegna il personaggio della protagonista affidandosi a una molteplicità di punti di vista e a un continuo andrivieni temporale, mentre la seconda metà, forte di un inaspettato cambio di direzione, affonda in una tragicità disperata e straziante che riesce incredibilmente a convivere con un humour tanto nero da accecare. È proprio quest’ultima sezione – tra i momenti di cinema più alti nella filmografia di Park – a fugare ogni dubbio sulla sincerità e la necessità di “Lady Vendetta”, pellicola ostica, che a un primo impatto può apparire cerebrale e freddamente virtuosistica. Siamo invece di fronte all’opera di un grande regista ai vertici della sua inventiva: uno stile raffinatissimo ed elaborato che accompagna la dolce Geum-ja nella sua faticosa ricerca di redenzione. E, con uno spiraglio di bianco nel finale, la Trilogia della Vendetta si rivela finalmente per quello che è: un accidentato percorso salvifico.

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