Home > Recensioni > Laputa: Il Castello Nel Cielo

Un romanzo d’avventura in animazione

“Laputa” esce oggi, 25 aprile, nelle sale italiane.

È il futuro visto nella prospettiva di un passato favolistico quello che Miyazaki spalanca nel suo terzo lungometraggio, “Laputa: Il Castello Nel Cielo“, rifacimento de “L’Isola Del Tesoro” di Stevenson con una strizzata d’occhio ai “Viaggi Di Gulliver” swiftiani. La leggenda di un’antica ma evolutissima civiltà, Laputa, i cui resti sarebbero celati in un’isola fluttuante sperduta tre le nuvole, è la cornice in cui si muovono i due giovani protagonisti, il minatore Pazu e Sheeta, graziosa ragazza il cui pendaglio, una pietra dai poteri misteriosi, è bramata dal Colonnello Muska e da una simpatica banda di pirati capitanati dall’energica “Mamma” Dola.

La componente avventurosa è quella che maggiormente segna la pellicola. Torna l’amore del regista giapponese per il volo, sia nell’idea di un’isola volante, sia nelle scene di azione aerea. Gli inseguimenti – memorabile quello tra Pazu e i pirati sulle rotaie sospese in aria – e i salti prodigiosi dei protagonisti fanno il resto. “Laputa” è, tra i film di Miyazaki, quello in cui la riflessione sui temi dell’ecologismo e della guerra – suoi veri e propri “must” – sono meno espliciti e in cui lo spettatore è coinvolto più sul lato dell’intrattenimento puro. Il modello di riferimento del romanzo d’avventura è pienamente rispettato e, come in Swift, la satira, quando c’è, passa attraverso una narrazione che incatena e appassiona. Non mancano però momenti altamente evocativi, come la rappresentazione del robot giardiniere, unico superstite del glorioso regno di Laputa, più umano lui rispetto agli spietati uomini alla ricerca del potere. Tutto qui sembra fermarsi. È, in fondo, il ritratto di un mondo in cui il genere umano si è autoannientato e la natura ha ripreso il sopravvento. Anche sulla tecnologia.

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