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Il più bel ritratto di donna

Cabiria è una prostituta delle borgate romane, strampalata e picaresca, dolce e ingenua. Brutalizzata da un mondo cinico, disposto a passare sul tuo cadavere pur di arraffare. Conserva un candore disarmante, come quello della Gelsomina de “La strada”, di cui è idealmente sorella. Tuttavia, a differenza del “pinocchietto” Gelsomina, succube del bruto Zampanò, personaggio fiabesco, per quanto la fiaba sia feroce, Cabiria lotta strenuamente. Umiliata e derisa, quasi ammazzata, non molla, si rialza ogni volta; disperatamente attaccata ad una vitalità prorompente, piena di ingenuità e perciò inguaribilmente ottimista. Cabiria, con quel pudore selvatico e infantile, con quei modi goliardicamente triviali da ragazzaccia di borgata, con quegli stupori o sgomenti clowneschi, illumina tutto con il sentimento pieno e caldo di una vera donna. In questo sta la potenza, la straordinaria intensità drammatica del film. Giulietta Masina è riuscita a coniugare la comicità e la malinconica poesia di Chaplin-Gelsomina, e la forza “reale” della Magnani. I temi di Cabiria sono più o meno gli stessi di Gelsomina: l’innocenza perduta, la solitudine. Il merito sta nell’averli trattati senza poeticismo o facile iperrealismo. I canoni narrativi sono quelli classici: situazione iniziale problematica, sviluppo e risoluzione. Eppure la struttura a episodi stilisticamente ben caratterizzati anticipa “La Dolce Vita”.

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