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Una storia vera

“Le Père De Mes Enfants” (“Il Padre Dei Miei Figli”) è un piccolo (in termini di budget) film francese, vincitore del “Gran Premio Della Giuria” all’ultimo festival di Cannes, nella sezione Un Certain Regard, presieduta dal nostro Paolo Sorrentino. Distribuito dalla Teodora, è uno di quei film che in Italia può risultare anomalo, ma uscendo dalla sala ci si rende conto che si sentiva la necessità di un’opera del genere, un dramma in cui la profondità non si confonde con l’accelerazione sul pedale del patetico, o con la stanca denuncia di una realtà filtrata dai luoghi della fiction televisiva.

La regista Mia-Hansen Love traccia il ritratto di una famiglia come tante, delineando con un’onestà intellettuale ed una chiarezza linguistica disarmanti caratteri e relazioni.
Un produttore cinematografico, amante di quel cinema bello e invisibile, tranne rari exploit commerciali, è sull’orlo della bancarotta. Ha una moglie e tre figlie, e la prima metà del film si concentra nel descrivere i suoi rapporti in famiglia e al lavoro, mostrando un uomo sensibile, colto, affascinante, di animo gentile, il cui amore per il cinema è talmente disinteressato da portarlo ad inoltrarsi in situazioni che poi non è più in grado di gestire. Non riesce a saldare i debiti, e di fronte alla prospettiva di perdere tutto quello che ha costruito, e che fa parte di se stesso, come la sua famiglia, si spara un colpo in testa.

A questo punto dovrebbero seguire la scena del funerale, commozione generale e toni drammatici, che nella migliore delle ipotesi tracciano un clima plumbeo (vedi “La Stanza Del Figlio”), o un piagnisteo filmato con l’utilitaristica morbosità di un reality,nell’ ipotesi peggiore (vedi il recente “Sbirri”).
In questo film, niente di tutto ciò: quelle scene che in una sceneggiatura classica verrebbero considerate clou, qui non vengono rappresentate. Il casuale, qui, diventa rilevante, nella migliore tradizione godardiana. La narrazione è pudica, quasi distaccata, nel senso che non è complice del dolore, dei sentimenti dei personaggi, che proprio per questo risultano valorizzati, complessi, autentici.
Realismo secco, che tuttavia riesce ad emanare un’aura poetica – tra le tante, la scena in cui madre e figlie, mano nella mano, si recano alle rovine di una chiesa sconsacrata dove il padre era solito portarle. Un film in grado di disarmare lo spettatore, che qui non sogna, viene interpellato, colpito e affondato nei sentimenti, e quando si riaccendono le luci in sala quasi ha vergogna della sua commozione.

OneLouder

Non so se sia vero il fatto che in certi film si sente il tocco di una regista donna. Certo che il ritratto di Gregoire, il produttore protagonista di questa storia, sembra essere illustrato da una prospettiva femminile. Che rifugge dal romanticismo, dal sentimentalismo, dal patetico. Deve essere una donna ammirevole e sensibile, Mia-Hanson Love.

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Contro

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