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Lincoln

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A caccia di premi

Dopo aver letto in anteprima una delle biografie di maggior successo dedicate ad Abraham Lincoln, Steven Spielberg ne ha fortemente voluto l’adattamento cinematografico, «evitando d’incappare — dice il regista — nel cinismo e nell’esaltazione eroica ma restando fedele allo spessore dell’uomo, agli aspetti più intimi della sua vita e ai tratti più bonari della sua natura».

Costato 65 milioni di dollari e rivelatosi un successo di pubblico e di critica, il film si concentra sul periodo tra la rielezione di Lincoln (Daniel Day-Lewis) e il suo assassinio, con il sedicesimo presidente degli Stati Uniti impegnato nell’approvazione del tredicesimo emendamento alla costituzione, mentre sullo sfondo infuria la fine della guerra di secessione.

L’ottimo cast (tra gli altri Sally Field, David Strathairn e Tommy Lee Jones), la regia sempre puntuale e la tematica “patriottica” hanno consentito al film di raccogliere 12 candidature agli Oscar 2013.

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La sceneggiatura di Tony Kushner e il lavoro di Spielberg meriterebbero più di un 6, se non fosse che da ogni frase, inquadratura e musica solenne traspare l’intento di farsi includere tra i più bravi della classe.
“Lincoln” manca completamente di spontaneità e la sua canonicità dilata la percezione di un lungo film prettamente parlato.
L’antologica interpretazione di Day-Lewis (fiaccata dal doppiaggio spesso posticcio di Pierfrancesco Favino) e di un cast stellare potrebbero non bastare, specialmente in Italia, a causa della breve introduzione a vicende storiche date per assodate.
Elisa G., 6/10

L’anti-spettacolarità di “Lincoln” metterà a dura prova il pubblico non americano: ci si aspetta un biopic coi botti e ci si ritrova un dramma storico da camera tutto parlato, perfino intimista, impegnativo e apparentemente soporifero. Ma se si supera la prima mezz’ora non si può non ammirare come lo script di Kushner punti tutto sulla densità dei dialoghi, lo scontro di idee, l’analisi delle strategie e dei compromessi politici, senza paura della lentezza e alla continua ricerca di un equilibrio tra lezione di storia e intrattenimento.
Con un tema del genere è inevitabile aspettarsi qualche sbavatura retorica ma Spielberg è più a freno del solito e sfodera una regia solenne, fordiana, rigidamente classicista. E se tutto questo non vi basta potete sempre godervi la fotografia di Kaminski e lo spettacolo delle performance: Day-Lewis (doppiato da un Favino capace di riprodurre ottimamente il difficile, insidioso registro vocale scelto dall’attore inglese) scolpisce un ritratto tanto monumentale quanto sfumato nella sua umanità ma l’impressione più duratura la lasciano l’enfasi melodrammatica della Field e l’amabile grugno di Tommy Lee-Jones.
Ferdinando Schiavone, 7/10

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