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  • Live! – Ascolti Record Al Primo Colpo

    Diretto da Bill Guttentag

    Data di uscita: 06-03-2009

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Morte in diretta

Dopo il caso (da Oscar!) di “The Millionaire”, è di nuovo la televisione, con il suo corollario di frenetica ambizione e spudorata fame di share, al centro dell’attenzione.
Stavolta lo scenario è da – verosimile, purtroppo – incubo: Katy Courbet, ambiziosa produttrice televisiva, concepisce uno show incentrato sulla roulette russa: sei concorrenti, una pistola caricata con una sola pallottola. Vincono un sacco di soldi, oltre ai presumibili quindici minuti di fama, i cinque che rimangono in piedi. C’è da scommetterci, nel real world i concorrenti non mancherebbero. Ed infatti, nel film, è così, alla faccia di manifestazioni, dibattiti e beghe legali.

La tradizione, nel genere, è lunga e nobile: registi di gran classe e fenomenale intuito come Sidney Lumet e Peter Weir si sono già confrontati con lo spinoso tema del destino del piccolo schermo, teorizzando in fasi diverse, e con differente prospettiva, una deriva morale e sociale ineluttabile. “Live!”, certo, sposta ulteriormente la soglia dell’orrore, ma Bill Guttentag, purtroppo, non ha la finezza introspettiva e l’equilibrio narrativo di Andrew Niccol, e il gap si sente, tanto che “Live!” pare accostabile a una commedia leggera come “EdTV”, più che ai citati capisaldi.

Vittima dei suoi eccessi – ad esempio la poco funzionale e moraleggiante cornice metacinematografica della troupe che segue Eva Mendes per tutto l’arco della storia – il film rimane infatti sospeso tra lo humor della satira e il piglio più serio e didascalico dello spaccato descrittivo, che peraltro non offre quasi mai approfondimenti, non dice mai nulla di realmente nuovo, tra avvocati che paiono figurine e talk show in cui i pro e i contro vengono sciorinati in modo frettoloso e lineare.

Resta anche da chiarire se le continue puntate nel kitsch siano una conscia beffa stilizzata all’odierna telespazzatura, tutta freak e stereotipi, o siano involontari scadimenti nel pacchiano. Sta di fatto che i personaggi di contorno appaiono troppo caricaturali per offrire un serio supporto alla storia, lo sviluppo è schematico e telefonato, i dialoghi sono didascalici fino all’eccesso, al punto che il film finisce per sembrare un patinato (e tutto sommato anche divertente, sia chiaro) indice delle contraddizioni del rutilante mondo televisivo. Peccato, perché la verosimiglianza del tema e un paio di sequenze sanno emozionare. E il tema, di per sé, merita grande, sincera attenzione.

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