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  • Lo Scafandro E La Farfalla

    Diretto da Julian Schnabel

    Data di uscita: 15-02-2008

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Lo sguardo fermo su una vita in movimento

Julian Schnabel, quando posa le tele e i pennelli per dedicarsi al cinema, sceglie di filmare le vite. Lo ho fatto con Jean-Michel Basquiat, con Reinaldo Arenas, con Lou Reed. Stavolta è rimasto affascinato da un libro uscito in Francia nel 1997 intitolato “Le Scaphandre Et Le Papillon”. Le pagine sono la biografia di Jean-Dominique Bauby, caporedattore della rivista francese Elle, rimasto paralizzato dopo un ictus. Nessuna parte del suo corpo è più capace di compiere il minimo gesto, gli resta solo l’occhio sinistro per osservare il mondo e i battiti delle ciglia per rispondere sì o no alle domande che gli vengono poste. Sarà questo anche il metodo utilizzato per dettare il suo libro, pubblicato tre giorni dopo la sua morte.

Il regista statunitense usa lo stesso titolo del romanzo per portare su pellicola un dolore che non può non toccare, quasi obbliga lo spettatore. E lo fa presentando immagini sbiadite, suoni confusi, primi piani giganteschi. Sullo schermo c’è quello che vede Jean-Do, non una visuale da regista, tanto meno ne verrà fuori una da spettatore. La cinepresa è il suo occhio e la voce narrante si divide tra la sua immaginazione e la sua memoria. Commovente senza mai cadere nel patetico. Il giornalista francese chiede solo una volta di voler morire, solo una volta vorrebbe arrendersi a ciò che il destino gli ha riservato. Il resto del film è colmo di ricordi, sensi di colpa, desideri. Il resto del film ha toni vivaci e suoni coinvolgenti, spesso forti – nel libro tocca a “A Day In The Life” dei Beatles a scandire la storia, qui ci pensa Charles Trenet a musicare il fatto tragico con “La Mer”. C’è una vita passata a rincorrere cose vane, c’è la sessualità di un quarantenne ridotta a immaginazione in un corpo da scafandro. C’è la fantasia della farfalla che lo riconduce ad una quotidianità normale, a volte onirica. Nei quattordici mesi di agonia Bauby ripercorre i viaggi e le emozioni di una vita che ha dato troppo poco ai figli. Non parla mai del suo lavoro, tranne quando fa di sé una breve presentazione, eppure il suo doveva essere un lavoro importante, doveva rubargli tanto tempo.

Nel corpo immobilizzato, però, quando arriva il momento di fare i conti col passato – perché è solo di passato che si può vivere -, la mente preferisce raccontare l’uomo. “Devi trovare la forza nell’uomo che è dentro di te”, gli dice uno dei personaggi. E senza alcuna retorica è l’uomo che viene fuori in quelle pagine, ora in questo film che tanto ricorda “Mare Dentro” di Alejandro Amenàbar. A differenza del film spagnolo, “Lo Scafandro E La Farfalla” non tocca mai la prevedibile tematica dell’eutanasia. Non ci sono lotte per la vita di Jean-Do, solo un gran rispetto della persona. E la commozione non è per la malattia, a far male è l’ironia del personaggio. Perché quando si ride di un dolore, se ne prende coscienza due volte. E proprio le battute, le risate di quella bocca che nulla può accennare sono i momenti strazianti del film. Un rapporto padre-figlio che si trasforma in tenerezza solo quando entrambi sono schiavi di ciò che la volontà mai avrebbe richiesto.

Anche qui, come nel lavoro di Amenàbar, il mare ha fascinoso ruolo di infinito. Jean-Do è ricoverato in un ospedale marittimo e le passeggiate in spiaggia o in barca sono i soli quadri che può ammirare. La terrazza dell’ospedale, che soprannominerà “Cinecittà”, è il posto da cui far affacciare le emozioni, quel briciolo di vita che gli resta. L’elemento visivo amalgama tanti pensieri. I flashback sono belle immagini in stile spesso surreale, le fotografie che compaiono nella stanza di Bauby sono disegni indispensabili alla storia. Anche i titoli di testa scorrono su immagini di radiografie che Schnabel ha scovato in un ospedale di Berk, in Normandia, una delle location del film, e che ha deciso di riportare su tela.

La Palma d’Oro vinta a Cannes sembra un riconoscimento più che meritato ad una visione così delicata di una vita che è vita in quanto fantasia e memoria, nulla più. Sarà la sensibilità artistica del regista, o l’eccezionale interpretazione di Mathieu Amalric? Fatto sta che questo film porta alle lacrime, ma senza risultare lamentoso. C’è un dolore, ma c’è la vita nei suoi aspetti più forti. C’è il rispetto per la malattia, ma non c’è mai un uomo perfetto da raccontare. C’è il ricordo, e c’è il rimpianto, ci sono i rimorsi. C’è un capolavoro da riscrivere – quel “Conte di Montecristo” che Jean-Do voleva rivisitare in chiave femminile – e c’è un inedito romanzo da pubblicare. C’è la tragedia, e c’è il sarcasmo. C’è l’uomo, ma non c’è più la sua vita. C’è lo scafandro, e c’è la farfalla.

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