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Il (neo)realismo grottesco

Storia di una sposina di provincia che fugge durante il viaggio di nozze per conoscere il suo divo preferito, re dei fotoromanzi, ma riceve una cocente delusione quando scopre che quell’uomo meraviglioso è in realtà un comune farabutto, mediocre e vuoto fino alla volgarità. Lo sposino, prototipo del piccolo-borghese italiano di provincia, si dispera, e pur di non infangare il proprio nome cerca di nascondere in tutti i modi la scomparsa della sua “signora” agli zii influenti, pressoché sconosciuti ma “carissimi”.
Parodia del melodramma neorealista, commedia amara sulle “illusioni romantiche e sentimentali” di un mondo patinato, che con il personaggio di Wanda raggiunge risultati felicemente ridicoli, specie nella scena del tentato suicidio, quando lei, con tutta la drammaticità possibile, decide di togliersi la vita gettandosi nel fiume, così come farebbe un’eroina da fotoromanzo. Tappatasi il naso si butta facendo solo un misero “ploff”, con l’acqua che le arriva alle caviglie. In nuce c’è già tutto Fellini: il mare e il fischio del vento, la rappresentazione del mondo dello spettacolo come una sgangherata compagnia greve e caciarona, le prostitute scettiche e materne, insolenti e appassionate, la clownesca figura di Cabiria, che denota la fatale attrazione verso i personaggi circensi, creature buffe e malinconiche appartenenti ad un universo sfavillante; la Chiesa repressiva nell’inquadratura finale delle statue altere del colonnato di S. Pietro, e il ritmo da sarabanda grazie alla musica di Nino Rota.

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