Home > Recensioni > Lo Strano Amore di Martha Ivers

Commistioni noir

In una notte tempestosa la giovane Martha uccide la tirannica zia, ereditandone l’immenso patrimonio. Dopo le nozze con Walter, unico testimone del delitto, diventa la donna più potente di Iverstown ma non dimentica Sam, il ragazzo di cui era innamorata e che si trovava in casa la notte del delitto. Sam ritorna ad Iverstown dopo venti anni ed incontra Toni, una bionda tormentata. Se ne innamora e per farla uscire di prigione si rivolge a Walter, ora procuratore distrettuale della città. Walter teme che Sam sia tornato per ricattarli e cerca in tutti i modi di allontanare il rivale. Contemporaneamente Martha, ancora follemente innamorata, mette in atto un piano per liberarsi del marito.

Originalissimo e poco conosciuto, “Lo Strano Amore Di Martha Ivers” è un film di egregia fattura in anticipo sui tempi che mescola gotico, melo’ e noir. Il sorprendente script di Riskin e Rossen assegna ai personaggi un’insolita profondità psicologica al di là degli stereotipi noir. Questa attenzione al background psicologico, unita allo stile realistico di Milestone e all’ambientazione urbana industriale, anticipa i drammi degli anni ’50 di Elia Kazan e Nicholas Ray.

L’inizio è gotico, con la dispotica figura di Judith Anderson e lo scenario notturno della casa battuta dal temporale. Il delitto avviene al buio sull’imponente scalinata, scenario che ritorna in un altro momento drammatico verso la fine del film, quando Walter precipita ubriaco dalle scale e Martha resta a guardare, gelida ed immobile.

Dopo il prologo che focalizza la narrazione su Martha, la macrosequenza successiva definisce il vero protagonista della storia: Sam, l’anti-eroe che ritorna a casa e affronta la coppia di amici d’infanzia. L’ingresso in scena della Stanwick è ritardato per accrescere l’impazienza dello spettatore ed avviene al quarantatreesimo minuto. Da quel momento la star domina la scena, ma Martha Ivers è una dark lady molto diversa dalla Phyllis de “La Fiamma Del Peccato”. La prospettiva narrativa è sempre ancorata al protagonista maschile ma, se l’enigma della malvagità di Phyllis restava insoluto, la sceneggiatura assegna alla follia di Martha una motivazione psicologica: l’odio nei confronti della zia per averle mutato il cognome da Smith, che apparteneva all’amato padre, ad Ivers. Il finale ricalca il film di Wilder quasi alla lettera: la condanna ideologica dell’assassina si realizza attraverso la morte secondo i dettami del Codice Hays. La punizione avviene tuttavia non solo per mano dell’uomo che impugna la pistola, ma come volontà suicida della stessa donna che preme il grilletto e muore tra le sue braccia.

Un vero superamento dello stereotipo avviene nella definizione dell’altro personaggio femminile, Toni, interpretato dalla fulgida Lizabeth Scott. La figura di Toni non incarna affatto lo stereotipo della donna buona contrapposta alla dark lady. La sua prima apparizione è infatti connotata come fatale: sguardo languido, sigaretta e gambe accavallate, Lizabeth Scott sembra un pericoloso incrocio tra Veronika Lake e Lauren Bacall. Le rivelazioni sul suo passato e numerosi colpi di scena la definiscono inizialmente come infida ed ingannevole, ma lo sviluppo narrativo prende una direzione inattesa che muta la valutazione del protagonista e dello spettatore, e ne fa un dolente ritratto di donna perduta e bisognosa d’amore.

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