Home > Recensioni > Lontano Dal Paradiso

Il senso sublime dello stile

“L’arte astratta riprende là dove l’arte sacra si è interrotta, in qualche modo tenta di esprimere la divinità. L’artista moderno riduce il quadro agli elementi di base: la forma e il colore. Ma guardando questo Mirò si avverte la divinità”.

La lezione di arte tenuta dal coltissimo giardiniere nero Raymond Deagan di fronte alla casalinga “rossa” Cathy Whitaker alla mostra di quadri si colloca non a caso a metà film e non è che una dichiarazione di poetica. Poco più avanti, un altro scambio di battute fa luce sul senso del film:

Cathy: “Crede che si riesca davvero a vedere al di là delle cose, della superficie delle cose?”
Raymond: “Appena oltre il cadere del peccato, ammira quel luogo sempre illuminato. Sì, lo credo, non ho altra scelta”.

Stacco, e il primo piano dell’attrice illumina lo schermo. Il “luogo sempre illuminato” è il volto femminile. Ed è anche il cinema stesso, la superficie dello schermo che ne riflette la bellezza e restituisce il sogno agli spettatori. Vedere a di là della superficie, della forma, del colore delle cose. “Lontano Dal Paradiso” è soprattutto questo: forma, colore, superficie. E stile. Todd Haynes sceglie di raccontare il naufragio esistenziale di una casalinga nel Connecticut del 1957 attraverso i codici estetici del melo’ hollywoodiano anni ’50 e costruisce un testo di grande complessità linguistica e di straordinaria forza evocativa.

Dalla partitura orchestrale di Bernstein alle tonalità autunnali della fotografia di Lachman, dalla grafica degli opening titles e dei credits allo stile recitativo imposto a Julianne Moore, finanche al montaggio e alla successione dei piani con un ricorso al close-up soltanto in pochi momenti davvero significativi, “Lontano Dal Paradiso” si presenta come un calco, un “finto” film degli anni ’50, un meta-testo attraverso cui il cinema riflette sui propri meccanismi di rappresentazione e getta una luce nuova sull’oggi come sul passato. Della forma del cinema classico Haynes recupera non solo i cliché visivi e narrativi, ma proprio quel gusto per l’artificio anti-realistico che oggi fa tanto old-fashioned ma che era soprattutto ricerca di una perfezione della messinscena il cui senso stava nella ricostruzione del mondo in base alle regole specifiche del genere. Non è un caso se anche gli anni ’50 di “Lontano Dal Paradiso” sono squisitamente cinematografici, nel senso che riproducono l’immagine edulcorata di benessere e perfezione che cinema, tv e pubblicità diffondevano di quegli anni, piuttosto che rappresentarli per come erano realmente.

Omaggio nostalgico, pastiche post-moderno, museo del cinema che fu? Molto di più, perché Haynes fa scorrere sotto “la superficie delle cose” una tensione tutta contemporanea portando alla luce, attraverso l’intreccio, quello che nella società e, per riflesso, nel cinema degli anni ’50 non poteva esser detto, svelato, raccontato per via del Codice Hays. Se in “Secondo Amore” di Douglas Sirk a rendere proibita la passione tra Jane Wyman e Rock Hudson era la differenza d’età, nel film di Haynes è l’amore interrazziale tra Cathy e Raymond ad attirare la disapprovazione sociale. A questo si aggiunga l’adulterio e l’altro innominabile tabù del cinema americano anni ’50, l’omosessualità, e il quadro a tinte classiche dipinto dal cinefilo Haynes è tutt’altro che paradisiaco.

[PAGEBREAK]

Quell’immagine di perfezione si sgretola così dall’interno, proprio come la maschera di letizia sul volto di porcellana di Julianne Moore, lasciando posto ad un’ombra di infinita tristezza. Ed è che qui il film fa davvero centro, come fotografia della condizione della donna. Una condizione di sudditanza ed arretratezza ieri come oggi, filtrata, con una sensibilità tutta moderna, attraverso i codici di un cinema defunto ma proprio per questo carico di significati immediatamente riconoscibili. Cathy non è solo un’eroina melodrammatica, è un’inconsapevole femminista ante litteram destinata a scontrarsi con le convenzioni sociali e a restare indietro rispetto ad un mondo maschile che comunque può sempre andare avanti, nonostante il colore della pelle di Raymond o l’omosessualità di Frank.

Per la seconda volta musa di Haynes, Julianne Moore è protagonista assoluta e palpitante, nonché sublime funzione dell’universo cinematografico rievocato dal regista. Ma non sono da meno nemmeno i due Dennis, Haysberth e Quaid, pacato e trattenuto il primo, nervoso e guidato da una forza oscura il secondo, e la geniale Patricia Clarkson nel ruolo dell’ineffabile Eleonor. Infine, ad infiammare lo schermo, tutto l’amore di Haynes per un cinema che non c’è più e a cui non serviva il realismo per arrivare alla verità delle emozioni. È per questo che guardando “Lontano Dal Paradiso”, potremmo dire, si avverte la divinità.

Scroll To Top