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Le ombre (vere) del varietà

Una squattrinata e sgangherata compagnia di varietà arriva nei paesi della provincia italiana, conformista e caciarona, portando un po’ di scompiglio e scalpore con ballerine scosciate e funamboli finto esotici, gozzovigliando fino all’alba per le strade deserte del paesino di turno. Una ragazza carina, determinata, furba e opportunista, circuisce il capocomico, un bravissimo Peppino De Filippo, pur di entrare a far parte della compagnia e, quando riceve la proposta (guadagnata tra l’altro con metodi “poco professionali”) di lavorare in una compagnia più affermata, pianta in asso il suo “benefattore”, che ha usato approfittando del fatto che fosse innamorato di lei. Film sulla falsità dei lustrini, delle “luci del varietà” appunto, di quel mondo dello spettacolo che poggia sui concorsi di bellezza e sui fotoromanzi, ispirando in ingenue ragazze di provincia false illusioni romantiche e sentimentali, sogni di un mondo patinato che consentirà loro di diventare ricche e corteggiate. La Liliana di “Luci Del Varietà” è il modello scaltro e vincente della Wanda dello “Sceicco Bianco”. Tuttavia, la pudica e ingenua (fino a sfiorare il ridicolo) Wanda non accetta il compromesso del mediocre e squallido Sceicco Bianco, mentre Liliana calpesta la propria dignità pur di inseguire il successo. La storia segue i canoni del cinema popolare nutrito di neorealismo, non c’è il grottesco, la caricatura, il sarcasmo, l’ironia amara e la poesia dell’innocenza, ovvero le marche autoriali e stilistiche del primo Fellini

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