Home > Recensioni > Marigold Hotel

Telenovela all’inglese con set indiano

Tra i business del futuro c’è anche la “delocalizzazione della vecchiaia”. Questo è il primo insegnamento di “Marigold Hotel”, uno spunto socioeconomico di indubbio interesse da cui il film ha inizio intrecciando le vicende di un manipolo di anziani – chi più chi meno – signori inglesi: un giudice alla ricerca di una vecchia conoscenza, una neovedova che ha appena scoperto di esser stata lasciata dal marito in una palude di debiti, un odioso, e oltretutto razzista, in procinto di essere operato al femore, una coppia sulla via del tramonto, un giovanotto di settant’anni ancora assettato di sesso sfrenato e una nonna baby, plurimaritata e pluridivorziata che non si arrende al trascorrere del tempo. Tutti questi variopinti personaggi si ritroveranno in un resort a basso prezzo in India, dove poter trascorrere gli ultimi anni della propria vita. E lì troveranno altre storie, altri destini, altre possibilità.

OneLouder

Un perfetto esempio di promessa mancata. E dire che gli ingredienti c’erano tutti: da una sceneggiatura con quintali di potenziale a una regia capace di essere fantasiosa e colorata pur nel recinto dei film per famiglie. Eppure, nonostante un buonissimo inizio, dalla seconda metà la grande carica emozionale di questo “Marigold Hotel” si perde amaramente (per lo spettatore) nel patetismo più banale, e si conclude anche peggio, quasi in atmosfere telenovelesche. Belli i paesaggi indiani, ma perché bella è l’India.

Pro

Contro

Scroll To Top