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Favola di Amore e Follia

Tratto da una storia vera accaduta in un piccolo villaggio ungherese.
1990. Il muro di Berlino è caduto. Democrazia e capitalismo arrivano nei paesi dell’Est. Numerosi imprenditori italiani aprono stabilimenti, sfruttando la manodopera locale a basso costo.
Nonostante il titolo, il film è un dramma tutto femminile. È la storia di una donna, Vera (un’eccezionale Nyakò Jùlia, sconosciuta al pubblico italiano ma affermata attrice ungherese) e del suo amore che gradualmente la cambia, fino a ridurla alla pazzia.

Il film ha una regia a metà tra il teatrale e l’amatoriale; scene sfumate, inquadrature statiche. La storia comincia molto lentamente, e per la prima parte del film non si è molto coinvolti da nessuna delle due macrostorie che si alternano per tutta la durata della pellicola: la prima è appunto la storia di Vera, della sua vita privata, e dell’arrivo di Gerardo, il “capitalista”; egli aprirà un calzaturificio nel quale verranno assunte quasi tutte le donne del paese, che dopo una vita da contadine si sentiranno finalmente persone rispettate. Gerardo sa come gratificarle e farle sentire apprezzate; e da conquistatore italiano, dedica sempre loro attenzione, ha sempre una carezza per ognuna. Le donne non sanno resistergli; anche se la paga è misera, anche quando si tratta di caricare un camion, da sole.
A questa si alterna un’altra storia, la monotona vita dei soliti tre ubriachi nullafacenti nel bar del paese, che non ha altra funzione se non quella di commento; un punto di vista straniato, potremmo dire usando un artificio letterario.

Un giorno entra in gioco un uomo misterioso, Mario (Franco Nero), un punto di rottura nella trama della vita di Vera e nel microcosmo del calzaturificio.
Vera viene nominata responsabile, e per la prima volta nella sua vita si sente apprezzata, quella giacca rossa è la sua corona da reginetta di bellezza, la sua medaglia d’oro, il gradino più alto del podio. Nella sua vita c’è sempre più discrepanza: tra suo marito che non le chiede altro che la cena pronta, che non nota i suoi vestiti nuovi, non si interessa alle sue creazioni manuali, al suo cambiamento: a lui non interessa che la cena pronta. E Mario, che la gratifica, la apprezza, le parla, le affida addirittura le chiavi della sua casa perché curi le sue piante mentre lui è via. Tornerà due settimane in Italia.

Vera si innamora di Mario, ma lui non c’è, non può accorgersene; non si accorge del suo studio che è giorno per giorno più decorato e curato, non si accorge neanche delle cene a lume di candela che Vera organizza nella sua casa tra lei ed un immaginario Signor Mario.
In poco tempo l’amore diventa psicosi, follia e giù nel baratro dell’alienazione mentale. Ormai Vera saluta tutte le sue amiche, tra poco Mario tornerà e la porterà in Italia per vivere meglio, è tempo di preparare i bagagli, anzi no, Mario è ricco, e la ama, le comprerà tantissimi vestiti nuovi lì in Italia, la tratterà come una principessa e le farà vivere una bellissima storia d’amore, magari a Roma.
Mario torna, questo è certo, ma non per coronare il sogno d’amore di Vera.

Il film è costruito con un climax ascendente molto forte, che purtroppo comincia molto lentamente e ci mette forse troppo per catturare pienamente la nostra attenzione, raggiungendo l’apice negli ultimi minuti del film dove la musica, la regia, che diventa dinamica e frammentata, e l’eccezionale prova della protagonista si accumulano, si fondono, per emozionarci e travolgerci nella psicosi di questa donna che ha molto in comune con le eroine di Almodòvar.
Peccato per il finale: una vaga ellissi ci riporta alla realtà dei fatti, e si lascia che siano i tre ubriachi del bar, ormai invecchiati, a darci tre finali diversi della storia di Vera.

Nonostante il finale, il doppiaggio italiano che toglie espressività agli attori e la lentezza iniziale, il film ci resta attaccato per giorni, ci ronza nella mente e magari si ripensa alle storie d’amore passate, quando anche noi per un amore non ricambiato, davanti all’evidenza dei fatti abbiamo perso la testa. O quando, innamorati di qualcuno, anche noi ci inventiamo sguardi e segnali che non esistono, ma ci fanno stare bene.

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