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Got a face like Charles Bronson?

Nell’epoca delle grandi conglomerate il cinema e i videogame vanno a braccetto. Ciò che è cambiato è che il grande schermo, prima la forza propulsiva che ha reso i videogiochi la forma di intrattenimento più remunerativa grazie all’infusione di plot sempre più convincenti, è spesso costretto ad arrancare.

Nel caso di “Max Payne” il corto circuito è evidente. “Max Payne” – il videogioco – era di fatto una graphic novel in terza persona, con una trama coinvolgente, azione e colpi di scena smaccatamente cinematografici. C’era anche il bullet-time, come in “Matrix”, utile per levarsi d’impaccio in situazioni concitate. “Max Payne”- il film – invece, tenta di ritagliarsi uno spazio tra detection classica e azione con elementi paranormali. E ritroviamo il bullet-time, ora tanto evoluto quanto parossistico.

Max Payne – il personaggio, interpretato da Mark Wahlberg – non è un antieroe. Certo, la sua famiglia è stata sterminata, ma si aggira in cerca del colpevole con la faccia di pietra e un’attitudine che è puro antiquariato hard boiled. E anche gli elementi investigativi sono classici, fino al punto di risultare risaputi. C’è di mezzo una strana droga, e un’industria farmaceutica. Mistero.
In sé non si tratterebbe di veri difetti, per riscattare il film basterebbero un ritmo decente e una confezione adatta a un pubblico maturo. Purtroppo non c’è niente di tutto questo.

Quando l’azione e gli effetti speciali prendono il sopravvento ci si diverte, ma è troppo tardi, la fotografia desaturata e le ambientazioni perfettamente ricalcate dal videogame non possono celare le lacune di una sceneggiatura schematica e poco più che amatoriale. Niente a che fare con la tensione e le atmosfere lugubri dell’originale. Dopo l’annosa questione del cinema vs. letteratura, dispiace notare come la settima arte possa perdere il confronto anche con una forma di intrattenimento ancora giovanissima e, sulla carta, inferiore.

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