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L’orrore domestico di Avranas a Venezia 70

Miss Violence” parte come un’opera inquietante e un po’ artefatta, nella quale inquadrature troppo belle e ordinate stridono con la forzata serenità dei personaggi. Il suicidio della piccola Angeliki sembra un’eco meno poetica e più cattiva di quello che apriva, in modo analogo, “Il giardino delle vergine suicide” di Sofia Coppola.

Poi però il film del greco Alexandros Avranas, in concorso a Venezia 70, si trasforma a tutti gli effetti in un horror di ambientazione familiare, con scene di violenza terrificante. E che sia violenza fisica e esibita, mentale o nascosta dietro una porta, fa poca differenza.

Se si riesce a mantenere lucidità di sguardo di fronte a stupri e abusi di ogni tipo, il film di Avranas ha alcuni pregi evidenti, a partire dai volti levigati degli attori — adulti e bambini — capaci di reggere per quasi due ore una regia di ghiaccio che fissa le azioni dei personaggi con inquadrature lunghe e ansiogene. La famiglia di Avranas vorrebbe forse essere metafora della società, non soltanto greca, e dei rapporti di potere che la regolano.

Ma “Miss Violence” è soprattutto un film nel quale la violenza nasce dall’uomo e all’uomo ritorna, bruciando tutto il resto.

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Contro

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