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Kim Ki-duk torna a Venezia 70

Cosa dire e cosa non dire del nuovo film di Kim Ki-duk presentato fuori concorso al Festival di Venezia? Non vorrei dirvi assolutamente nulla della trama, e v’invito caldamente a non leggerla da nessuna parte, perché gustarsi la proiezione rimanendo spiazzati da quel che succede ogni cinque minuti è un’esperienza che vorrei provaste anche voi.

Non so se “Moebius” avrà mai una distribuzione vera e propria in sala però, se non in maniera carbonara per qualche giorno e solo nelle grandi città. Perché è davvero un film estremo, provocatorio non nel senso della gratuità della materia trattata ma perché mette alla prova la libertà di pensiero di ogni spettatore.

Quanto siamo condizionati da costrizioni e tabù in materia sessuale anche in maniera inconscia? Quanto siamo disposti ad accettare? Siamo coscienti che il piacere è qualcosa di puramente personale e puramente cerebrale, e il modo di cercarlo attiene alla sfera personale di ognuno di noi, fatta salva la completa consenzienza dei soggetti coinvolti?

Vola altissimo il nuovo film del maestro coreano, proprio quando sembra trattare dell’argomento più basso in assoluto. Una sorta di negativo speculare di “Ferro3″. Lì la sensualità e la poesia, qui la carnalità e l’orgasmo, ogni tipo di orgasmo. L’apparentemente selezionatissimo pubblico veneziano ha accolto il tutto con risolini da educande, voi siate più maturi. E, di conseguenza, più liberi.

Solo ad un maestro riconosciuto come Kim può essere concesso di girare un film del genere, e meno male che ci sono ancora artisti che si caricano sulle spalle la responsabilità (artistica) di far progredire il mondo. Qualche scena gratuita c’è, qualche momento poco riuscito pure. Ma oggi, nel 2013, girare un film che non ha dialoghi, che affida la comunicazione umana solo a gemiti e schiaffi e che esplora fin nei meandri più oscuri il piacere sessuale è da applausi a scena aperta.

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Contro

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