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Il centro dell’universo

Nell’agosto del 1969 quasi mezzo milione di persone si radunarono nelle campagne di Bethel, New York, per partecipare al più grande evento rock di tutti i tempi, dopo il quale niente fu più lo stesso. Cinquecentomila persone, cinquecentomila storie: per il suo film Ang Lee sceglie di seguirne una sola, quella del giovane Elliot Teichberg.
Autore dell’autobiografia a cui la pellicola è ispirata, Teichberg era all’epoca attivista gay e presidente della camera di commercio di Bethel e, nel suo piccolo, fu lui a mettere in moto l’enorme macchina del festival concedendo le autorizzazioni necessarie e ospitando tecnici e organizzatori nel motel della sua famiglia.

La prima obiezione mossa da molti a “Motel Woodstock” è la quasi totale assenza della musica, del festival vero e proprio – in tutto il film ci viene mostrato il palco una sola volta, da una distanza siderale – ma è una scelta perfettamente coerente con l’idea di Lee di raccontarci una storia piccola, personale, di formazione. Se è vero che Woodstock ha sconvolto il mondo per come lo conosciamo, la vita di chi vi ha preso parte direttamente ne è stata altrettanto stravolta.

Col motel invaso dai visitatori, diviso fra il vicinato ostile e l’entusiasmo degli organizzatori, Elliot si trova a fronteggiare per la prima volta i suoi genitori, il futuro che lo aspetta e quello che sceglierà di intraprendere. Poco importa se il palco non lo vedrà nemmeno, il fango di Woodstock gli entrerà sotto la pelle e, come in un rito di passaggio, lo inizierà alla vita adulta.

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Se i propositi sono più che buoni, purtroppo non si può dire altrettanto dei risultati. La messa in scena ispirata al film-documentario di Woodstock del 1970 diretto da Michael Wadleigh diverte, con gli splitscreen e le riprese finto-amatoriali, e l’atmosfera festosa è resa a meraviglia da un esercito di comparse. Ma se il contorno è cotto a puntino, il piatto principale è una minestra riscaldata: i personaggi sono una carrellata di stereotipi degli anni ’60: ci sono gli hippie capelloni in trip di acidi nel furgoncino, c’è il reduce del Vietnam con turbe psichiche, c’è persino una compagnia di teatro sperimentale. Poi genitori grotteschi e retrogradi, il travestito dal cuore d’oro, il vicinato ostile. È tutto carino, colorato, innocuo. Anche nei momenti apparentemente difficili.
Non un affondo, non una nota graffiante. Va bene Ang Lee, volevi prenderti una boccata d’aria dopo due film intensi come “Brokeback Mountain” e “Lussuria”. Ora torniamo alle cose importanti, però.

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