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Limpido dramma

Le “madri del sabato”, a Istanbul, sono le donne che si radunavano ogni sabato mattina di fronte al liceo Galatasaray per chiedere giustizia a nome dei propri figli, ragazzi fatti scomparire dall’esercito turco tra il ’90 e il ’96 come estrema forma di repressione contro il dissenso politico.

Ali Aydin, trentenne con alle spalle studi artistici e esperienze da assistente sui set cinematografici, sceglie per il proprio esordio proprio la storia di uno di questi desaparecidos dimenticati. Lo fa indirettamente, incamminandosi a ritroso non nel dolore di una madre ma di un padre, il solitario, tristissimo e fiero Basri (Ercan Kesal). Perché «se il personaggio principale fosse stato una madre, le persone avrebbero avuto uno sguardo più vicino, forse addirittura compassionevole».

Muffa” (“Küf”) ha vinto il premio per la miglior opera prima alla Mostra di Venezia 2012, dov’era stato presentato nella Settimana della Critica, ed è al cinema dal 30 aprile distribuito dalla Sacher.

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Aydin mette in scena la devastazione di Basri con inquadrature lunghe, spesso distanti, sempre costruite con accuratezza. Dà alla disperazione il tempo di crescere, nel silenzio e nella calma terribile del racconto, così che in quella calma ordinata i lampi di violenza e i (pochi) punti di svolta della storia risuonino con maggior limpidezza. Regia abile e consapevole, attori di grande spessore, scene che non si dimenticano.
E stiamo parlando di un esordio.

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