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Espressionismo partenopeo

Napoli, gli anni del dopoguerra, scanditi sistematicamente dal 1943 al 1976 attraverso commenti e inserti in stile cinegiornale dell’epoca. Film però tutt’altro che documentario: in puro stile da sceneggiata napoletana (parlata rigorosamente in dialetto) vengono raccontate le storie intrecciate, più o meno disperate, di due famiglie, i Pagano e i Cavioli, tra passioni, lutti, rese di conti, omicidi, in un marasma in cui risulta piuttosto facile perdersi.

E se la storia (con la minuscola) sembra mancare di un vero centro, facendoci oscillare in continuazione tra un senso di irritazione e di empatia verso i molti volti che la animano, anche la Storia (con la maiuscola) non ci concede un punto di osservazione stabile: la Chiesa, lo Stato, il Partito, l’imperialismo americano e le macerie della guerra sono l’infimo palcoscenico su cui cercano di emergere uomini e donne derelitti.

La cosa curiosa è che questo film viene dalla mano di un regista tedesco, Werner Schroeter, che assieme a Fassbinder, Herzog e Wenders (e Reitz) è considerato uno degli autori più importanti del “nuovo” cinema tedesco, anche se più legato al teatro (e alla televisione) e forse anche per questo misconosciuto in Italia.
Il risultato è un film sicuramente affascinante sul piano visivo, in cui in maniera molto eterogenea si mescolano elementi di teatro partenopeo, di espressionismo tedesco e di estetica neorealista alla Visconti, ma dove si percepisce soprattutto l’affinità col grande cinema di Fassbinder nella sua capacità di ammaliare e irritare al tempo stesso.

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