Home > Recensioni > Nella Rete Del Serial Killer
  • Nella Rete Del Serial Killer

    Diretto da Gregory Hoblit

    Data di uscita: 01-08-2008

    vai alla scheda del film

    Loudvision:
    Lettori:

Spegnete subito il PC, Internet UCCIDE!

Dev’essere difficile essere David Fincher. Pensate, quell’uomo vive ogni santo giorno della propria vita con le orecchie che fischiano, e maledice costantemente quel dannato mercoledì sera, quando gli venne l’idea di girare “Se7en”.
Già, dev’essere difficile, soprattutto quando i tuoi cloni si chiamano Gregory Hoblit e girano film come questo “Untraceable” – argutamente tradotto in italiano come “Nella Rete Del Serial Killer”.
La storia è presto detta: un serial killer (dai!) apre un sito Internet (ma no!) nel quale manda in streaming i filmati delle sue vittime che muoiono lentamente. Maggiore è il numero di visite al sito più velocemente la vittima muore. Sulle sue tracce si mette Jennifer Marsh (Diane Lane), della sezione cybercrimini dell’FBI, coadiuvata da Griffin Dowd (Colin Hanks) e dal detective Box (Billy Burke).
“Untraceable” vorrebbe essere giocato, proprio come il succitato “Se7en”, sul dualismo azione/riflessione, spezzando costantemente il ritmo (già non esattamente concitato) della storia con lunghe sequenze sulla vita di Jennifer, che dovrebbero aiutare lo spettatore ad entrare in empatia con la protagonista. Vedova, vive con la madre e la figlia di 8 anni, ovviamente abbandonata a se stessa in favore delle nuove svolte nelle indagini. A conti fatti sono più i momenti familiari che quelli di vera azione, eppure riesce difficile farsi coinvolgere da questo aspetto del film, troppo stereotipato e macchiettistico.

Rimane quindi l’altra metà del cielo. Chi si aspetta ultraviolenza e crudeltà efferate rimarrà deluso: il killer inventa sì qualche marchingegno interessante per infliggere dolore, ma siamo lontani sia dal brutale contrappasso di “Se7en” sia dalla macelleria stile “Saw”. Ed è proprio detto contrappasso, comunque parzialmente presente nelle scelte del killer, che risulta essere il lato più fastidioso del film, una lunga tirata moraleggiante sui pericoli del voyeurismo in rete, sulla gente che gode nel vedere gli altri soffrire perché è divertente, in definitiva sul Male Assoluto rappresentato da Internet.
“Untraceable” gioca quindi con le supposte paure della cyber-generation, e la sequenza iniziale mette subito tutte le carte in tavola: chi ha girato il film sa di cosa sta parlando, tanto da sciorinare una serie di banalità techno-nerd su mirror server, IP mobili e backdoor trojan. Peccato che il resto del film sia disseminato di ingenuità che abbattono la credibilità di Jennifer, dell’FBI e dello sceneggiatore: perché, ad esempio, un’esperta informatica dovrebbe essere così idiota da comunicare alcune importantissime svolte nelle indagini al cellulare? Vi lasciamo indovinare cosa le costerà questa mossa furbissima.
Ma il vero problema, l’aspetto che riesce solo a fare incazzare lo spettatore, è il continuo tentativo di demonizzazione del mezzo-Internet. La rete è cattiva, in rete trovi di tutto e senza controllo, anche gente che muore, e l’umanità (anzi, l’America) è così morbosa da essere disposta a sacrificare la vita di uno sconosciuto per un po’ di divertimento. Sono tesi vecchie, completamente sbagliate e che potrebbero forse shockare un adulto inesperto e distante dai segreti della rete. Che senso ha, poi, girare un film di denuncia anti-Internet che solo un nerd potrebbe apprezzare fino in fondo? Nerd come categoria sociale che, peraltro, viene costantemente presa di mira per tutto il film, stereotipandola e sbeffeggiandone i presunti aspetti antisociali – una scelta fin troppo facilona e scontata, che toglie ancora più nerbo al messaggio del film.

Buchi di sceneggiatura, ritmo blando, generale sensazione di mediocrità, trama che si sviluppa troppo velocemente per appassionare. Si salvano la regia e l’interpretazione di una consumata attrice come Diane Lane, ma è un po’ poco per strappare anche solo la sufficienza.
Povero Fincher.

Scroll To Top