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Una verità c’è: la coppia Scott – Di Caprio

Tratto dal romanzo di David Ignatius, giornalista del “Washington Post” che si è occupato per dieci anni di questioni relative alla CIA e al Medio Oriente: è la storia di Roger Ferris (Di Caprio), l’uomo migliore di cui dispongono i servizi segreti americani, in luoghi dove la vita umana non vale più delle informazioni che si possono dare. In situazioni che lo portano a girare tutto il mondo, la sopravvivenza stessa di Ferris spesso dipende dalla voce che si trova all’altra estremità del telefono, quella del veterano della CIA Ed Hoffman (Crowe).
Creando le sue strategie tra portatile ed auricolare, Hoffman è sulle tracce di un importante terrorista che ha organizzato una serie di attentati eludendo la più sofisticata rete di servizi segreti del mondo semplicemente rinunciando alla tecnologia. Per attirare allo scoperto il terrorista, Ferris dovrà insinuarsi nel suo mondo tenebroso; ma più Ferris si avvicina al suo obiettivo, più scopre che il successo della sua missione e la sua sopravvivenza dipendono dall’unico uomo di cui si può ciecamente fidare: se stesso.

Il concept non è certo originale, classica storia di spionaggio e cospirazioni che da “Munich” a “The Constant Gardener” a “Syriana” (solo per citare i più recenti) da sempre affascina il cinema Hollywoodiano. Quando si parla di filone, nonostante la singolarità di ogni film, che conserva sempre una sfumatura originale, c’è sempre il rischio di cadere in scene già viste e cliché. La forza di “Nessuna Verità” è che stavolta, la guerra è tra la CIA e le cellule terroristiche di Al Qaeda, niente di più attuale; anzi, probabilmente la storia che vediamo è una storia che molte persone, in questi ultimi anni specialmente, hanno vissuto sulla propria pelle.

Il film è inizialmente complesso da seguire, richiede attenzione; la rete degli intrighi si sta intrecciando, personaggi dai nomi molto simili tra loro ci si presentano, e dobbiamo riuscire a capire chi è il buono e chi il cattivo, chi inganna e chi è sincero, da quale parte vogliamo stare, cosa realmente stia succedendo; ci appaiono quasi contemporaneamente svariate dimensioni e molteplici ambientazioni (circa cento location diverse sparse in una dozzina di paesi), e vediamo i personaggi adattarsi e cambiare, mimetizzarsi con esse.
Ma la storia è avvincente e Ridley Scott non è certo impreparato; la cura di ogni minimo dettaglio e lo stile unico con cui realizza le scene d’azione (usando tra le quattro e le otto macchine da presa) mantengono sempre alta la tensione per evitare i cali d’attenzione che altrimenti potrebbero esserci. La seconda parte del film corre in discesa: gli intrighi si infittiscono ma si rivelano, le spirali dei vari piani diegetici girano sempre più velocemente, le relazioni tra i personaggi si complicano e la tensione cresce sempre di più.

Uno schema portante del film è lo scontro tra polarizzazioni opposte: innanzitutto l’incontro – scontro tra le due culture: l’occidentale, perfettamente incarnata in Hoffman, aggressivo, cinico, sicuro di sé e della sua supremazia, e l’orientale, nella quale Ferris si è calato completamente, della quale conosce il linguaggio e la cultura, rispettando gli atteggiamenti e le abitudini della gente. Ma soprattutto tra i due personaggi principali: Hoffman che in nome di “una causa più grande” non ha alcun pentimento né senso di colpa per ciò che fa, anche se si tratta di mettere a repentaglio la vita del suo uomo migliore; e Ferris che si preoccupa molto, per il quale è difficile ignorare il danno collaterale, che inizierà a coinvolgersi emotivamente con alcune delle persone con cui entra in contatto.

Insomma un prodotto tecnicamente ineccepibile, che piace più per la qualità tecnica che per la trama in sé; girato con estrema cura dei particolari e scene studiate attentamente per essere il più credibili possibile, dove Di Caprio, che conferma le sue qualità, è uno dei motori principali della storia.
Scott e Di Caprio, per la prima volta insieme, sono un’ottima squadra; entrambi nominati 3 volte all’Academy Award: “Thelma & Louise”, “Il Gladiatore” e “Black Hawk Down” il primo, “Buon compleanno Mr. Grape”, “The Aviator”, “Blood Diamond” il secondo; sarà questa la volta buona almeno per uno dei due?
Ottimi anche gli altri attori, in particolare l’attrice iraniana Golshifteh Farahani, al suo debutto nel cinema americano e l’attore inglese Mark Strong nella brillante interpretazione del capo del Dipartimento dei Servizi Segreti giordani.

Il film ci offre degli spunti di riflessione molto interessanti: la nuova generazione di terroristi riesce a mandare in crisi la CIA perché rinuncia all’uso di telefonini ed internet, scambiandosi le informazioni tramite voce e carta. E noi? Generazione sms/msn – dipendente, che spiattelliamo le nostre informazioni personali, i nostri gusti e le nostre foto su facebook/myspace stiamo forse volontariamente rinunciando alla nostra privacy? E se le organizzazioni di spionaggio (anche spionaggio commerciale e/o industriale) fossero più vicine a noi e più interessate a noi di quanto pensiamo?

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