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Cyberpunk all’italiana

Partiamo dal titolo: “Nirvana”.
Mai scelta fu più azzeccata: sia per il fascino che questa parola evoca nel suo misticismo, sia per la straordinaria capacità che possiede di riuscire a riassumere perfettamente il tema portante del film.

Nella religione induista nirvana significa estinzione e liberazione: estinzione dalle passioni e dai desideri più carnali e mondani e liberazione da una realtà illusoria e senza senso.
Nel film di Salvatores, “Nirvana” è un gioco, un mondo virtuale e fasullo, il cui protagonista Solo, colpito da un virus informatico che diventa vera e propria epifania, acquista progressivamente coscienza e conoscenza e aspira all’estinzione e alla liberazione.
Il deus ex machina evocato è il creatore del videogioco, Jimi, che abbandona la sua esistenza scialba e accidiosa per aiutare Solo e salvare al contempo se stesso dagli scheletri di un passato che non lo ha mai abbandonato.
Compagni d’avventura sono infine due eccentrici personaggi, hacker informatici ai limiti della legalità, interpretati da Sergio Rubini e Stefania Rocca.

“Nirvana” è sicuramente il progetto più ambizioso di Gabriele Salvatores, che decide qui di giocare tutte le sue carte, e lo fa con estrema abilità e audacia.
L’indifferenza non è concessa allo spettatore: il film suscita opinioni forti e a volte discordanti.
C’è chi, pregno fino al midollo della vastissima produzione fantascientifica america, condanna il film per un certo provincialismo, e per non aver saputo superare alcuni cliché tipici della commedia all’italiana.
C’è chi invece, proprio perché consapevole del difficile sostrato di partenza, ne sottolinea le evidenti note di pregio: a partire dalle ambientazioni futuristiche alla “Blade Runner”, arricchite da originali scelte stilistiche, per passare all’uso massiccio degli effetti speciali e al soggetto stesso della pellicola, che anticipa di due anni l’idea che sta alla base del film “Matrix”, pietra miliare del genere cyberpunk.

Una cosa è certa: Salvatores con quest’opera quasi pionieristica ha dimostrato che anche il cinema italiano ha i mezzi e le capacità per affrontare un genere che non gli appartiene per gusti e tradizione… Peccato che proprio il cinema italiano abbia fatto, in questo caso, orecchie da mercante…

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