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Susanne Bier sbarca a Hollywood

Brian e Audrey sono una normale coppia di americani benestanti: vivono in una bella casa, sono felicemente sposati e hanno due bellissimi bambini. La loro beata routine è solo occasionalmente disturbata dal legame tra Brian e Jerry, un amico di infanzia, avvocato, la cui vita è stata distrutta dalla dipendenza dalle droghe. Audrey non capisce le ragioni che spingono il marito a voler mantenere l’amicizia con Jerry, rimasto da tempo isolato, abbandonato da chiunque altro a causa dei suoi comportamenti autodistruttivi. Quando Brian improvvisamente muore, il vuoto lasciato dalla sua scomparsa causa uno sconvolgimento nei rapporti tra le persone che più lo amavano. Jerry e Audrey si trovano ad elaborare insieme il tremendo lutto, e questo incontro cambierà le loro vite.

“Noi Due Sconosciuti” (il titolo originale ben più espressivo, “Things We Lost in the Fire”, prende spunto da un momento catartico del film) presenta una trama da melodramma, ma la regista Susanne Bier riesce con abilità ad alleggerire i toni del racconto partendo da una sceneggiatura che di melodrammatico conserva ben poco, e spiazzando lo spettatore con risvolti narrativi inaspettati e un finale aperto a più interpretazioni.

Il copione è stato affidato alla Bier da Sam Mendes (il regista di “American Beauty” e “Era Mio Padre”), produttore del film. Per la regista danese formatasi alla scuola del Dogma di Von Trier questa è la prima produzione hollywoodiana, ma in essa riscontriamo tutti gli elementi del suo marchio di fabbrica, gli stessi che hanno caratterizzato i suoi film precedenti, successi di critica e botteghino come “Non Desiderare la Donna d’Altri” (“Brothers”, 2004) e il più recente “Dopo il Matrimonio” (candidato all’Oscar nel 2006). Gli insistenti e ossessivi primi piani di parti del corpo, i movimenti di macchina stile Dogma, un intreccio che si avvale prevalentemente di flashback (in cui vediamo le parti della storia che riguardano Brian prima dell’uccisione) sono tutti espedienti che ritornano puntualmente nel cinema della Bier, così come le tematiche a lei care, quali la perdita, il dolore, la rottura e la riconciliazione.

Quanto agli interpreti, Halle Berry (Audrey) e David Duchovny (Brian), sono ben calati nella parte e in ottima forma, ma Benicio Del Toro, nel ruolo dell’eroinomane che cerca di guarire dalla dipendenza mentre instaura un delicato e difficile dialogo con Audrey, ruba l’attenzione e giganteggia incontrastato, tanto più che l’attore riesce ad evitare ogni stereotipo e a modellare un personaggio a tratti spensierato e ironico.

Non di meno va dato credito della resa dei personaggi alla regista, il cui sguardo stringe sui volti e sui corpi fino al minimo dettaglio, come se volesse penetrare l’essenza stessa dell’interpretazione. Espediente questo, a dire il vero, non sempre necessario e in più di un’occasione decisamente di troppo. Ma in un film in cui i personaggi trovano tanta difficoltà a comunicare a parole, l’esplorazione di gesti e sguardi così profondi si rivela preziosa, creando una carica sensuale molto forte e una tensione che rimane alta per tutto il film, grazie soprattuto a una sceneggiatura che evita la soluzione più scontata.

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