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People are the ultimate spectacle

Grande Depressione. Una maratona di ballo di due mesi, cinquanta coppie a contendersi millecinquecento pezzi d’argento in un gioco al massacro cinicamente istigato dal presentatore, in ossequio ai lustrini di un’America di stelle al neon. Altissima metafora claustrofobica eretta sulle ceneri dell’American Dream, lontano, forse mai esistito, comunque recluso ai protagonisti («I may not know a winner when I see one, but I sure as hell can spot a loser»), prigionieri di quel circo, animali in gabbia esposti al pubblico pagante che con un biglietto di 25 cents esorcizza la propria disperazione cibandosi di quella spettacolarizzata e parossistica dei partecipanti (People are the ultimate spectacle). A noi, come ai protagonisti, è reclusa ogni possibilità di uscire da quel tendone, se non per alcuni inserti, girati con piglio surreale, il cui senso (insieme a quello del titolo) si chiarirà solo nel finale, spiazzante e crudelissimo.

Pollack imbraccia la mdp tallonando (sui pattini) i suoi protagonisti, realizzando riprese vorticose che ti lanciano nel mezzo della pista, tra uomini e donne come bufali allo sbaraglio che si urtano, cascano uno sull’altro, tirano fuori gli artigli o esplodono in un pianto isterico sotto la doccia (rigorosamente vestiti). Un’umanità dilaniata da una povertà e una miseria storica che diventa via via esistenziale, attraverso l’ottica di Gloria (una Jane Fonda da Oscar), giovane donna indurita dai calci della vita, con una preistorica fame di rivalsa e di vittoria prima ancora che di denaro.

OneLouder

Titolo ingiustamente misconosciuto di Pollack, ma di grandissimo valore, oggi profetico. O forse, più realisticamente, ci dice solo che lo scempio mediatico, l’offrire la sofferenza, l’intimità altrui a un pubblico pagante è affare che nasce con l’uomo stesso, prima ancora della Tv. Drammatico senza essere autocommiserante nel raccontare la vita e le aspirazioni di un nugolo di disperati in uno dei momenti più duri della storia americana contemporanea, con evidente allusione a un sistema di cose e di gestione (politica e culturale) allora – 1969 – e tuttora vampiristicamente feroce.

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