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Old Boy dieci anni dopo

Era il 2003 quando Park Chan-wook firmò la regia del primo “Old Boy“, film tratto dal manga di Garon Tsuchiya e Nobuaki Minegishi e che – diciamolo subito – per molti rimarrà il solo e unico “Old Boy”. A dieci anni di distanza Spike Lee ci riprova, con un’ambientazione diversa e più contemporanea, in cui l’indagine si svolge a colpi di Google e Shazam, e con un protagonista, Joseph Doucett, che nelle fattezze – quelle di Josh Brolin – e anche nella profondità psicologica si allontana da quelle del suo predecessore.

Per chi non conoscesse la storia, basti sapere che Joe Doucett, pubblicitario alcolizzato, separato e con una vita praticamente a pezzi, al risveglio da una sbronza colossale si ritrova prigioniero in quella che apparentemente è una normale stanza d’albergo, ma che in realtà si rivela subito essere una cella da cui sembra impossibile uscire. Ci resterà per vent’anni, senza sapere il perché di questo suo atroce destino. Una volta uscito, il suo unico scopo sarà quello di scoprire chi gli ha causato tanta sofferenza e soprattutto di vendicarsi.

OneLouder

Spike Lee è un grande regista. E qui non si smentisce. Non siamo neanche di fronte a un caso di “lesa maestà”, dal momento che più che fare un remake del capolavoro del regista coreano, Lee torna allo spirito del fumetto originario, e ne crea un film altrettanto inquietante – forse meno violento, sicuramente meno orientale, ma comunque di grande impatto e di grande bellezza, anche visiva. Il grande pubblico americano, che non conosce il film di Park Chan-wook, ha finalmente l’occasione di scoprire una delle storie più raccapriccianti mai uscite dalla mente umana. E noi europei di confrontarsi con una sua nuova, riuscita, versione.

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