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La colpa inespiabile di Bette Davis

L’incipit è fra i più sconvolgenti della storia del cinema: con furia spietata Leslie Crosby fredda l’amante sulle scale della villa coloniale, squarciando la quiete notturna della piantagione con sei colpi di pistola. Dichiara al marito e all’avvocato di averlo ucciso per legittima difesa, ma un servo indigeno viene in possesso di una lettera che la inchioda. Leslie aveva scoperto che l’amante conviveva con una donna malese e, pazza di gelosia, gli aveva imperiosamente ordinato di raggiungerla in casa la sera del delitto. C’è un’unica possibilità per evitare la condanna: comprare la lettera. Ma la colpa sarà difficile da espiare.

Tratto da un racconto di Somerset Maugham, il film di Wyler è un noir che si distingue per l’originale ambientazione esotica: i giardini lussureggianti e il caldo torrido creano un’atmosfera febbrile e sottilmente perversa, connotando l’ambiente e, per riflesso, le passioni come selvaggi e pericolosi. La decadenza e la corruzione della società coloniale, cosi come il razzismo di Leslie nei confronti della popolazione indigena sono acutamente suggeriti, ma è il tema dell’indagine sull’adulterio e sulla colpa della donna a costituire il cuore del film. La cinepresa non stacca un istante dal volto di Leslie, alla ricerca di segnali di tradimento: si vedano le pause cadenzate e gli sguardi obliqui di Bette Davis quando l’avvocato le mostra la lettera, o quando gli rivela di non essere una donna ingrata, suggerendo un’altra possibile ricompensa al suo lavoro.

Protagonista assoluta, Bette Davis detiene il punto di vista principale e, pur nell’ammissione della colpa come inguaribile malattia, alterna gelido calcolo e sincera disperazione con tale trasporto da indurre le platee alla compassione per il destino di questa donna perduta. La scena centrale del confronto fra le due antagoniste è tutta giocata su contrapposizioni: Leslie è soffusa di luce bianca ed indossa un velo merlettato, la donna malese occupa una posizione sopraelevata incombendo sulla scena in modo imponente, con un nero abito sfarzoso ricoperto di gioielli. La tensione morale è altissima: la focalizzazione narrativa è quella di Leslie, col suo sprezzante razzismo e la sua sfrontatezza, ma Wyler impone anche il punto di vista dell’altra donna, che rimane nell’ombra, immobile nella sua ferita dignità.

Tuttavia “Ombre Malesi” non sarebbe il noir fiammeggiante che è senza la fotografia notturna di Toni Gaudio che restituisce in b/n la luce bianca della luna piena: l’inizio e il finale nel giardino coloniale sono resi con un’illuminazione di taglio che disegna i profili e crea imponenti ombre sul suolo, mentre gli interni sono percorsi dalle ombre delle finestre sulle pareti e sui volti degli interpreti. L’espressionismo della fotografia, la partitura ossessiva di Max Steiner, la regia tesa e calibrata di Wyler e la performance vibrante della Davis contribuiscono al trionfo del film, una delle vette assolute del cinema classico.

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