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  • Onora Il Padre E La Madre

    Diretto da Sidney Lumet

    Data di uscita: 14-03-2008

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L’unico comandamento che non puoi infrangere

Per Sidney Lumet, in questo film, c’è un comandamento su tutti che non si può infrangere: “Onora Il Padre E La Madre”. E con questo terminano i sensi assoluti ed i comandamenti, il mondo si trasforma nelle sue incerte e realistiche imperfezioni. Narrate attraverso una sofisticata tecnica di prolessi: l’intreccio, ancora più che in “Memento”, mette in luce le verità psicologiche del mondo interno dei personaggi, procedendo con sfasature temporali in episodi che arrivano a costruire insieme un legame e, talvolta, la sovrapposizione di punti di vista diversi. E così, la verità di ciascun personaggio diviene anche il suo limite.

Andy Hanson (il genio delle torbide emozioni, Philip Seymour Hoffman) è sposato con Gina (Marisa Tomei), con cui consuma un momento di sessualità bruciante nella prima scena. La sua incoerenza e l’incapacità di essere unito negli intenti e nella ricerca del proprio benessere fa piombare la coppia in improvvisa tristezza: si trovano a Rio, lontani da casa.

Andy Hanson è un agente immobiliare di successo di New York, venuto dalla gavetta, primogenito con la tara di essersi costruito l’avvenire da solo. Vorrebbe riuscire ad avere uno spazio di condivisione, fisico e umano, con Gina; invece la loro sessualità è frustrata, ed il loro dialogo univoco. È drogato, e in quei momenti realizza la sua personalità dissociata; detesta sottilmente il fratello Hank (un Ethan Hawk bravo a raccogliere nell’espressione degli occhi la fragilità, l’irresponsabilità, e le debolezze del personaggio), immaturo, ricattato dalla moglie e dalla figlia a cui deve il mantenimento, e con un lavoro precario, sempre in debito col mondo. Per questo motivo commissiona a lui il colpo che avrebbe portato alla soluzione dei suoi problemi senza macchiarsi la coscienza, portando Gina a Rio per sempre e, magari, togliendo Hank da un po’ dei suoi guai: una rapina alla gioielleria dei genitori, inseparabile coppia di anziani.

Una cosa facile, e senza perdite per nessuno, se non la consueta società assicurativa. Il piano fallisce e, per un immanente destino quasi edipico, è proprio la madre, invece di una casuale commessa, a cadere sotto i colpi di arma da fuoco di uno sbandato assoldato da Hank, troppo timoroso per commettere un furto. Lutto, ipocrisia, il destino che preme con la sua spada affilata sul collo, i conflitti tra padre e primogenito, l’infedeltà coniugale e la beffa del fratellino-ombra, che agisce come un parassita della vita altrui, assemblano un letale mix di umanità compromessa e rinchiusa negli spazi delle proprie visioni.

Dai quattro giorni prima della rapina, fino alla settimana dopo, prendono forma i caratteri dei protagonisti anche attraverso le riprese attente a delineare gli spazi in cui agiscono: Andy, con il suo apparente ordine sterile, circondato in ufficio e a casa da arredamenti minimali e lineari, è incapace anche delle emozioni rotte. La sua dissociazione, come le pietre che lascia scivolare per terra, è una persistente soluzione di continuità. Il padre Charles, vive il lutto nei colori pregni d’età di mobili in legno e quelli esangui di una vecchia berlina; un ambiente che, scevro della sua completezza famigliare a due, inghiotte ed ingrigisce, con un unico punto d’arrivo: la vendetta. Il perdente Hank si chiude in spazi precari e bui per celare il tormento delle sue insicurezze ed i risultati disastrosi del suo essere approssimativo, persino quando c’è di mezzo un delitto.

La verità più grande che esce da questo intreccio è l’orrenda casualità delle azioni di uomini incapaci del controllo del proprio destino; incapaci di esserne causa perché privi di un’identità solida. E il personaggio femminile acquisisce un valore contestualizzato consolatorio, ma inascoltato e in secondo piano, completamente ininfluente, e per questo destinato a un abbandono insoddisfatto della scena. La colonna sonora, anch’essa abbastanza scarnificata, impone l’intensità rovente degli archi per sottolineare le tensioni delle contraddizioni nel mondo interno dei protagonisti.

La pellicola, senza assurgere al livello del dramma, potente per definizione, o della tragedia, rimane nel torbido delle coscienze assopite dagli affanni e dalle alienazioni dal sé. Per questo, la scena scivola lasciando poche tracce di assoluta pregnanza allo spettatore, la cui attenzione viene più catturata dalla stimolante tecnica registica e narrativa.

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