Home > Recensioni > Orphan

Anche i serial killer hanno cominciato da piccoli

“Orphan” scomoda, senza però saperle gestire in maniera efficace, alcune paure ancestrali legate alla costituzione del nucleo familiare e sepolte nel profondo della nostra coscienza. L’incipit, girato con i toni di un videoclip gore, è una sintesi di tutte le ossessioni di stampo ginecologico che hanno nutrito in abbondanza l’horror almeno da “Rosemary’s Baby” in poi.

Il film si sposta però subito su un altro binario, focalizzandosi sul tema dell’adozione e sulle problematiche che derivano dall’accoglimento di un nuovo membro in famiglia: la piccola Esther, in apparenza educata e remissiva, nasconde in realtà un’indole di efferata e lucida spietatezza, in grado di minacciare l’incolumità della famiglia Coleman. La madre adottiva Kate, con un passato d’alcolista, sembra l’unica capace di comprendere la vera natura della bambina.

Jaume Collet-Serra sfrutta tutti i trucchi a disposizione del genere per suscitare tensione, confezionando un horror/thriller dall’impianto un po’ troppo convenzionale, con trovate prese da serie come “Il Presagio” e “La Maledizione Di Damien” (dove l’orrore scaturisce proprio dal lato oscuro dell’infanzia), senza però riuscire a innovare il filone.

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Il problema è che Collet-Serra – come già dimostrato nel suo esordio “La Maschera Di Cera” – non ha propriamente la mano leggera e non teme esagerazioni che rasentano il ridicolo involontario. Basti pensare al colpo di scena conclusivo che, non solo mina la credibilità dell’intera vicenda, ma sposta ulteriormente il film su un asse molto più tradizionale.

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Contro

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