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Un Papa nella tempesta

Nel trentennale della morte di Papa Montini, RaiUno rende omaggio ad uno dei protagonisti del XX secolo, il pontefice che ha traghettato la Chiesa dal Medioevo alla modernità, raccogliendo il testimone da Giovanni XXIII e passandolo, a sua volta, a Karol Wojtyla – sui quali ci sono già all’attivo delle fiction, quindi possiamo stare tranquilli per un po’ di anni. Paolo VI, un personaggio poco amato dai media, spesso incompreso negli ultimi anni del pontificato, ed oggi rivalutato, apprezzato come un intellettuale illuminato, un uomo di fede e di grande spiritualità.

“Paolo VI” è una miniserie in due puntate prodotta dalla Lux Vide di Matilde e Luca Bernabei per Rai Fiction. La regia è affidata a Fabrizio Costa, già regista di due grandi successi, “Chiara e Francesco” e “Madre Teresa”. Fabrizio Gifuni dà il volto a Paolo VI, al suo fianco Licia Maglietta nel ruolo della madre. “Papa Montini”, dicono regista e autori, “non ha una forte immagine nazionale popolare, non ha lasciato dietro di sé un marchio indelebile come i papi che l’hanno preceduto o quelli che l’hanno seguito: in pochi, oggi fra la gente comune, lo ricordano.”

La storia si apre poco prima della Pasqua del 1978. Paolo VI sta scrivendo una meditazione sulla Via Crucis, quando riceve la terribile notizia del rapimento di Aldo Moro, suo interlocutore privilegiato e amico. Il dolore porta il Papa indietro negli anni, fino a quel 1924 in cui l’omicidio dell’onorevole Matteotti sconvolge la vita del giovane Don Battista Montini, che non si piega all’aria da regime, attivandosi in prima persona per indurre Pio XI a condannare ufficialmente il nazismo. In seguito Papa Pacelli farà sue le parole di Montini per scongiurare l’imminente seconda guerra mondiale, e lo vorrà al suo fianco nella visita del quartiere romano di San Lorenzo devastato dai bombardamenti.

Con il dopoguerra arriva la repubblica e Montini si avvicina a posizioni progressiste per cui pagherà un prezzo. Così la sua nomina ad Arcivescovo di Milano, e non cardinale, nel 1954, è letta da molti come una punizione della Santa Sede. Ma provvidenzialmente gli anni di Milano forgiano Montini e lo preparano al Papato che verrà. Visita le baracche del capoluogo lombardo, incontra gli operai della cosiddetta Stalingrado d’Italia, e così alla morte di Giovanni XXIII il suo nome è sulla bocca di tutti come il naturale successore del Papa buono.

Paolo VI è il primo Papa del Novecento a varcare i confini italiani e tornare dopo 2000 anni in Terra Santa, riallacciando il dialogo con la Chiesa ortodossa. È anche il primo Papa che parla all’Assemblea delle Nazioni Unite, proprio durante gli anni più truci della guerra in Vietnam.
Il confronto con la società è contraddittorio e nella fiction viene raccontato attraverso la famiglia Poloni, i cui i genitori sono vecchi amici di Montini e il figlio un contestatore sulla soglia della lotta armata. Proprio attraverso la scelta di questo giovane si capirà come Paolo VI sia stato un uomo che cercò di conciliare l’inconciliabile e che, pochi mesi prima di morire, osò rivolgersi ai carcerieri dell’amico Aldo Moro.

Non ha molto senso soffermarsi sul valore estetico di una fiction papale. Il suo maggior merito sta sicuramente in un’accurata ricostruzione storica, e dunque in un’accurata ricostruzione della memoria collettiva, che troppo spesso il popolo italiano non sente come propria. Il limite sta nel non prendere posizione, nel non imporre una propria visione critica alla realtà che si affronta, ma questo è un po’ il limite di tutte le fiction rispetto al cinema. In TV non bisogna scontentare nessuno, men che meno il Vaticano. L’interpretazione di Gifuni, molto flemmatica, ecclesiastica, caritatevole quasi, è credibile, e ci fa intravedere un volto umano dietro colui che tutti vedono come un’autorità priva di identità, talmente alta che alla fine diventa indefinibile, intoccabile.

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