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Clooney piange!

Prendete una storia universale che induca facilmente alle lacrime e susciti anche un quieto dibattito: la perdita di una persona cara costretta in uno stato vegetativo, la legittimità dell’eutanasia, il divario insanabile tra padri e figli(e), la difficoltà ad affrontare la verità, la complessità della natura umana e così via, di ovvietà in ovvietà. Scegliete come location un contesto esotico che dia quel tocco di novità necessario, in questo caso le Hawaii, e che permetta di lanciare anche un timido messaggio ecologico. Affidate il tutto alla penna, un tempo sottile ed acuta, di uno stimato regista indipendente e al carisma di una megastar in cerca di Oscar. Preparate un bella frase di lancio alla Greta Garbo, del tipo “Clooney piange!”, ed avrete “Paradiso Amaro“.

OneLouder

Spudoratamente costruito per essere il trionfo di George Clooney attore, qui in versione sdrucita ma sempre convincente, “Paradiso Amaro” è la classica trappola che fa di tutto per arruffianarsi gli spettatori: apparentemente cinico e disincantato, in realtà grondante buoni sentimenti ed inesorabilmente commovente. Alcuni momenti funzionano e le attrici infondono freschezza e verità al racconto ma nulla che giustifichi l’entusiasmo americano e la pioggia di premi. Di Clooney continuiamo a preferire l’ambiguità e lo spessore di “Michael Clayton” e “Up In The Air”, ma è soprattutto da Alexander Payne che ci aspettavamo (molto) di più.

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Contro

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