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Il deserto a Parigi

Sette anni e quattro film dopo la trilogia dei road-movie, Wenders decide di ritornare a parlare, ancora con linguaggio europeo ed indipendente, di America: dalla collaborazione con Sam Shepard, scrittore e attore conosciuto durante le riprese di “Hammett”, nasce il soggetto e la sceneggiatura di “Paris, Texas”. Nulla a che vedere con la capitale francese: Paris è una cittadina nel Texas, con la sua replica improbabile della Tour Eiffel, ai bordi della foresta dell’East Texas, ma nel film di Wenders diventa un riferimento puramente immaginato, trasformato in deserto, luogo in cui il protagonista Travis (Harry Dean Stanton) ha acquistato del terreno che conosce solo attraverso la fotografia su una cartolina.

Seguendo strettamente la poetica wendersiana, Travis intraprende un viaggio in macchina con il figlio Hunter (cresciuto dal fratello di lui, Walt e da sua moglie Anne, a causa della sparizione/fuga del padre qualche anno prima) alla ricerca della madre/moglie di Travis, Jane, interpretata da Natassja Kinski: visivamente (grazie anche alla fotografia di Robby Müller) il film deve quasi tutto alla presenza totalizzante del deserto texano. Dal confine con il Messico il duo si spinge fino a Los Angeles, e da lì fino alla suburb Houston, che spezza la ossessiva dicotomia orizzontale del deserto con verticali di vetro e acciaio. Tutto il film è caratterizzato da una fotografia fatta di colori molto saturi, il cui culmine è la biondissima Kinski che appare con un vestito di un rosso larger than life.
A livello sonoro non ci sono più i temi ormai noti del puro rock’n’roll, ma è la musica di Ry Cooder (che ritroveremo nella cinematografia wendersiana in “Buena Vista Social Club”) a scandire i chilometri in auto.

“Paris, Texas” fu un successo sia di critica che di botteghino, ma soprattutto rappresenta uno dei migliori risultati di Wim Wenders per combinazione di potenza visiva, soggetto e paesaggio sonoro: un’occasione per il regista di gestire il film con spirito artigianale (tuttora “Paris, Texas” resta una pietra miliare nel cinema di produzione alternativa degli anni ’80).
Girato con una troupe di una ventina di elementi (parecchi dei quali a rischio rimpatrio a causa del visto statunitense scaduto), il film vinse la Palma d’Oro a Cannes nel 1984.

OneLouder

Suggestivo, suggestivo, suggestivo. Vi basta? Dunque, a volte ci si perde durante la visione, per mancanza di tensione: meglio sapere da subito che il lungometraggio è una carrellata di esperienze/emozioni, e non uno sviluppo narrativo stringente. La Kinski in “Paris, Texas” rimane impressa nella memoria dello spettatore: peccato che non abbia la sua carriera di attrice avuto uno sviluppo altrettanto deciso…

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