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Campionario di orrori umani secondo Tennessee

Valentine Xavier, detto “Pelle di Serpente”, è un musicista vagabondo in fuga da un passato oscuro. Giunto in una piccola contea del Sud, trova lavoro nell’emporio di Lady Torrence, matura signora costretta a subire le meschinità del marito infermo. L’amicizia con Carol Cutrier, ninfomane alcolizzata ed emarginata, e la relazione con Lady scatenano l’ostilità della comunità maschile che, guidata dallo sceriffo, fa quadrato intorno al signor Torrence per allontanare Valentine dal paese.

“Pelle Di Serpente” è forse l’adattamento meno riuscito da un dramma di Tennessee Williams. Tutti i temi cari all’autore sono qui affastellati con ansia enciclopedica in una sceneggiatura che procede per accumulo a scapito della credibilità psicologica e narrativa. Violenza ed insoddisfazione, pessimismo ed implacabilità del destino, solitudine e corruzione: un campionario di dolori, miserie e bassezze umane evocato con un lirismo ed una drammaticità mai così esasperati.

La raffinata regia di Lumet lavora sulle inquadrature, sugli ambienti e sui primi piani ma, tra linciaggi, razzismo, adulteri, omicidi e via precipitando senza speranza, non può far molto per elevare uno script eccessivo e didascalico. Nemmeno il cast funziona come dovrebbe: Joanne Woodward è sopra le righe e la coppia Brando-Magnani è male assortita. Lei è sempre intensa e al limite del cliché, ma Lumet le ragala degli stupendi close-up. E Brando attraversa il film con la sua immensa presenza, ma il senso di disponibilità e la rassegnazione del suo personaggio si traducono in debolezza ed inconsistenza.

La atmosfere fosche e i toni declamatori fanno il resto, senza misura e senza il sollievo dell’ironia. La bellezza di alcuni monologhi è fuori discussione, ma è l’insieme che scricchiola.

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