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Arlecchino, samurai nel Far West

Un pistolero solitario giunge in una cittadina al confine col Messico in mano a due potenti famiglie che si scontrano senza esclusione di colpi. Lo straniero, ovviamente senza nome, si venderà ora all’una ora all’altra per accelerarne la vicendevole caduta. L’esordio di Leone nel western è pressoché casuale, firmato per altro sotto pseudonimo (Bob Robertson, ossia figlio di Roberto Roberti, pseudonimo del padre Vincenzo, anch’egli regista). Nasce così un filone aurifero del cinema di genere italiano, il capostipite dello spaghetti western.

In nuce si trovano qui già tutte le ascendenze e le ossessioni del regista: il montaggio a raffica, l’uso preponderante e “narrativo” della musica (di Ennio Morricone, d’ora in poi onnipresente in tutti i suoi progetti), un gusto per lo sberleffo, l’atteggiamento a metà tra violenta iconoclastia nei confronti dell’immaginario cinematografico americano e al tempo stesso la fondazione di un mito parallelo, diverso, più realista e beffardo, ma che assurge allo stesso respiro epico.

Clint Eastwood diventa subito l’icona del western spaghetti: cappello in testa, cigarillo stretto tra i denti, volto di pietra, recitazione laconica, dialoghi ridotti al minimo. Insieme al ritmo e all’intreccio conferisce al cinema di Leone quel suo coté indistinto di influenze diverse: dall’America da cui il mito western ha origine al tono ieratico dei samurai di Kurosawa, dalle sparatorie concitate e i ritmi incalzanti del cinema da botteghino hollywoodiano al gusto della citazione colta che affonda le radici nel teatro eschiliano e nella commedia dell’arte.

Lo straniero è la raffigurazione americanizzata dell’Arlecchino goldoniano, il servo di due padroni che mira coi suoi sotterfuggi alla distruzione dei ricchi. Una lettura questa che fa irrompere il taglio “politico” del film (“Devo ancora trovare un paese senza padroni”), termine che va rigorosamente virgolettato. Il cinema di Leone vuole essere spettacolo alto, che rifiuta categoricamente il comizio (adatto alle piazze).

Il legame è semmai ad altri film, ai personaggi-morti del cinema mondiale, cui le pellicole di Leone sono intimamente connesse. Il cinema del passato, le storie, i personaggi dei film che hanno preceduto “Per Un Pugno Di Dollari” dialogano continuamente con i suoi personaggi e le sue atmosfere. Il film vive di queste rifrazioni e consegna allo spettatore un balletto di morte violento e irresistibile, gettando le prime basi di un discorso d’autore sul West e sul suo mito che troverà nei film seguenti i capitoli di un unico romanzo sull’America.
L’uccisione di Mrs. Baker è il primo tassello di quell’intrusione storico-mitica della donna nell’epos virile di Leone, così come dell’America di fine Ottocento, che troverà le sue filiazioni in Jill e Deborah. La donna raffigura la minaccia del matriarcato, la svolta dell’America puritana nata sulle ceneri dei pistoleri solitari.
Al di là delle apparenze, il primo western di Leone anticipa già le atmosfere melanconiche dei suoi capolavori successivi (“C’Era Una Volta Il West” e “C’Era Una Volta In America”).

OneLouder

Signori, un attimo di rispettoso silenzio: qui nasce il western all’italiana, non certo due pistolettate in aria tanto per divertirsi. E i pistoleri son dei veri farabutti interessati solo ai propri guadagni. Immaginatevi un servo che serve due padroni avversari e invece di fare il suo mestiere si adopera a creare sempre più zizzania. Ce ne saranno di botte e botti, tenetevi pronti!

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