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  • Persépolis

    Diretto da Marjane Satrapi, Vincent Paronnaud

    Data di uscita: 22-02-2008

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Una trasposizione sincera

Il successo di “Persepolis” – graphic novel composta di quattro volumi già tradotta da tempo anche in Italia – è stato tale che il passaggio al grande schermo si è dimostrato più che naturale. Le possibilità si sono aperte, semmai, quando si è dovuto pensare alla forma che il fumetto di Marjane Satrapi avrebbe assunto. Le proposte sono state molte. E varie. Chi voleva una serie televisiva in stile “Beverly Hills 90210″. Chi una superproduzione con Jennifer Lopez e Brad Pitt. Alla fine, lo spirito di “Persepolis” non si è snaturato e il risultato finale è un ottimo film d’animazione con tradizionali disegni in bianco e nero.
“Persepolis” è prima di tutto un’autobiografia, la storia appunto di Marjane Satrapi, bambina iraniana nata nel 1969 con il sogno nel cassetto di diventare un grande profeta. Ma è anche la storia di una nazione, l’Iran, attraversata dalla Rivoluzione contro lo Scia – dipinto come fantoccio dell’Occidente – e dall’instaurarsi della Repubblica Islamica. Vista dalla prospettiva di una bambina e in generale di tutte le donne – vere protagoniste delle pellicola – è quindi anche la storia del passaggio da costumi emancipati al velo dell’integralismo.
Per Marjane, vissuta in una famiglia di intellettuali comunisti, la strada che si prospetta è quella del viaggio studio in Europa, un viaggio che prende i contorni e i colori dell’esilio. Non a caso la sequenza iniziale – l’unica a colori del film – introduce, tramite un flashback, tutto il resto delle vicende, segnando un trauma che si ripercuote anche a livello visivo.
Non si pensi però a un noioso film storico, perché “Persepolis” è tutt’altro. L’ironia della protagonista e la sua visione così personale e “colorata” della realtà regalano un’ora e mezza di divertimento e di trovate spesso esilaranti. Meritatissimo Premio della Giuria al Festival di Cannes 2007, “Persepolis” andrebbe somministrato un po’ a tutti, grandi e piccoli, come medicina contro l’ignoranza e il pregiudizio occidentale. E si tratterebbe, in questo caso, di una medicina dolce. Anzi, dolcissima.

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