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Mosaico umano

Il miglior film italiano passato finora al Festival del Film di Roma è relegato ingiustamente nella sezione Prospettive Italia, una sorta di «riserva indiana» che prende il posto del vecchio Controcampo Italiano di veneziana memoria. Forse perché stiamo parlando di un documentario, che però ha più forza filmica di un film di finzione, colpendo lo spettatore con pugni allo stomaco continui.

Luca Ferrari ci porta nel quartiere Laurentino38, periferia sud di Roma, borgata degradata socialmente e architettonicamente, dominata da palazzoni/alveari simili a quelli della più pubblicizzata Scampia, che abbiamo imparato a conoscere grazie a Saviano e Garrone.

Il regista s’immerge negli inferi insieme al suo Virgilio, Stefano detto “er pantera”, e si concentra su alcune persone, a rappresentare un catalogo completo di vite disilluse, dove la speranza di un riscatto sociale è morta irrimediabilmente senza forse essere mai vissuta. È incredibile l’intimità che Ferrari riesce a raggiungere con la sua videocamera: ci fa entrare in cucine, salotti, camere da letto senza mai sembrare un intruso, lontanissimo da ogni effetto reality di cattiva televisione.

Bianca, Stefano, Lillo, Rosy diventano nostri conoscenti nello spazio di poco più di un’ora, facendo sopraggiungere un tale grado d’empatia da annullare totalmente le distanze; sono vite, allo sbando, devastate, ma irrinunciabili componenti del mosaico umano.

OneLouder

Cocaina, detenzione, cancro, abbandono paterno, dipendenza da psicofarmaci, luridume materiale e morale: nessun cinematografico Freddy Krueger può farci più paura dell’orrore del reale. A tratti il senso d’inquietudine si fa quasi insostenibile, la partecipazione emotiva non viene mai meno, il tappeto sonoro minimalista e ossessivo al contempo contribuisce a tenere lo spettatore “dentro”.

E quando Stefano “er pantera” ci sembra ormai simpatico e vittima del sistema, una lunga sequenza finale di sopruso gratuito ci riporta violentemente alla realtà. Applausi.

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Contro

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