Home > Recensioni > Pina 3D

Dance, dance…

È dal 1985, anno del loro primo incontro, che Wim Wenders sogna di realizzare un film su Pina Bausch e sul suo rivoluzionario teatro-danza.
Dopo anni passati a rincorrersi, nel 2008 i due scelgono finalmente alcune coreografie tratte da “Le Sacre Du Printemps”, “Kontakthof”, “Café Muller” e “Vollmond”, quattro tra i lavori più geniali e rappresentativi della coreografa tedesca, e decidono di ricorrere al 3D per restituire sullo schermo la plasticità del movimento nello spazio. La morte improvvisa della Bausch nel 2009 poco prima dell’inizio delle riprese spinge Wenders a modificare l’idea di partenza in un film per Pina e quello che poteva facilmente diventare un elogio funebre si trasforma in un bellissimo inno all’arte e alla vita.

Protagonisti assoluti, i lavori di Pina rivivono sullo schermo in tutta la loro forza espressiva grazie agli straordinari danzatori del Tanztheater Wuppertal. Wenders lascia che siano loro a parlare attraverso testimonianze, ricordi personali e sequenze coreografiche – ambientate sia in teatro che in esterni e splendidamente girate – il cui impatto visivo e sensoriale è reso ancora più spettacolare grazie all’uso del 3D.

OneLouder

Wenders, Bausch e il 3D? Un ménage à trois bizzarro ma incredibilmente emozionante. Presentato al Festival del Film di Roma, “Pina” è un raro esempio di fusione tra il documentario e la performance live; un film-evento che suggella l’incontro tra due grandi artisti; un ispirato omaggio al teatro-danza che diventa immediatamente grande cinema. L’unico difetto di “Pina” è la sua generosità: Wenders sceglie troppe coreografie e, per motivi di spazio, è costretto ad interromperle, passando dall’una all’altra con dissolvenze o stacchi netti e lasciandoci con il desiderio di volerne di più, gli occhi pieni di poesia e il sogno di unirci anche noi ai ballerini per le strade di Wuppertal. …Otherwise we are lost.

Pro

Contro

Scroll To Top