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  • Polvere

    Diretto da Danilo Proietti, Massimiliano D'Epiro

    Data di uscita: 15-05-2009

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Polvere (bianca): sarà mica zucchero filato?

Dopo la docu-fiction con Raoul Bova, “Sbirri”, ecco un altro film che si dichiara contro la droga (nei titoli di coda), e cerca di affrontare l’argomento non da parte della polizia ma da parte di chi la spaccia e ne fa uso. Ma il quadro che ne esce fuori è lontanissimo dalla realtà che pretende di denunciare, configurandosi come un pasticcio di stereotipi, rielaborazioni di film belli che hanno trattato l’argomento droga e l’argomento criminalità. Tuttavia, più che l’argomento qui si imita lo stile di quei film: la velocità allucinata e insolente di “Trainspotting”, i moduli narrativi dei gangster movie americani anni ’70, quelli con Jackie Chan, tesi a mostrare il mondo criminale, quello dei piccoli pesci dei sobborghi, altro che “Il Padrino”, come una cosa sporca ma “fighissima”, perché un po’ di azione, con sangue e parolacce a profusione, al pubblico piace (giustamente!). Si cita persino Tarantino, in una sequenza a fumetto. Poi però c’è il finale retorico, in cui tutti piangono e si disperano e gridano la loro sofferenza, dietro la quale il regista suggerisce un disagio familiare, un dolore profondo… offrendo così un alibi alla loro deriva autodistruttiva.

L’incongruenza di fondo però riguarda la sceneggiatura. Un giovane regista vuole girare un documentario sulle persone che fanno uso di cocaina, avvalendosi dell’aiuto di un suo amico che drogato lo è davvero. Insieme, cominciano a spacciare cocaina, poi chiedono alla malavita romana un chilo di coca, senza pagarla, la pagheranno il giorno dopo. Ora, considerato che lo spaccio di droga in Italia è gestito prevalentemente dalla camorra, com’è possibile che quelli che smerciano la coca a Roma, sapendo di avere alle spalle un’organizzazione con cui non si può certo scherzare, diano a due pischelletti un chilo di coca senza far loro pagare?

In un paese in cui ci sarebbe tantissimo da raccontare, perché si raccontano storie così lontane non dalla verosimiglianza, che di per sé non è un valore al cinema – basti pensare a “Il Divo” di Sorrentino, un film visionario ma non per questo meno autentico – ma proprio da qualsiasi tipo di onestà intellettuale. Almeno dopo non si pretenda di aver sviluppato un punto di vista critico su ciò che si ha sotto gli occhi. Fellini diceva che un buon regista-sceneggiatore dovrebbe essere prima un buon giornalista, forse perché così, conoscendo la situazione che sarebbe andato a trattare, poi sarebbe stato libero di adattarla figurativamente al proprio stile.

OneLouder

Il mondo che pippa non è fatto solo di drag queen da discoteca, è fatto anche di gente che appare molto meno “diversa”… I cattivi e le puttane di questo film non suscitano nessuna simpatia, e non perché sono moralmente deplorevoli; tutto ciò che comunicano è la loro pochezza spacciata per dolore, per cui lo spettatore si sente abbastanza preso per i fondelli, e la voglia di mandare a quel paese quei tamarri schizzati è forte… Se ci fosse un personaggio, uno solo, minimamente interessante, ove per interessante non s’intende buono, tutt’altro (Robert De Niro ne ” Il Padrino” è buono? No. Ma è interessante!) questo film guadagnerebbe 100 punti…

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Contro

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