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Cronache di guerra tra passato e futuro

I tanuki, o cani procioni, sono tra gli animali che più hanno rilievo nella mitologia giapponese antica, la quale li ritrae come maestri del travestimento e della metamorfosi e dotati di un gigantesco scroto che usano come sacco o come tamburo. Quale personaggio migliore, quindi, per simboleggiare la tradizione che si scontra con l’avanzare del progresso industriale e dell’inurbamento selvaggio del Giappone del dopoguerra? “Pom Poko”, il cui titolo originale va tradotto letteralmente come “La Guerra dei Tanuki Dell’Era Heisei”, racconta – e le vicende sono narrate da una voce esterna, proprio come per una cronaca di guerra – le battaglie combattute da un gruppo di cani procioni contro la nascita del quartiere di Tama, nel 1966. Particolarità del linguaggio della pellicola è lo sfruttamento di diverse prospettive: i tanuki sono infatti visti sia dal loro punto di vista, sia da quello degli esseri umani. E quindi avremo, di volta in volta, simpatiche bestiole in pieno stile cartoonesco oppure ritratti realistici di cani procioni. Alla base del film troviamo infatti la commistione – che sfocia qui in scontro – tra una cultura tradizionalista rappresentata dai tanuki e fatta di immagini mitologiche e piccoli templi di campagna, e i nuovi modelli urbani. In realtà tra le due parti non c’è antitesi netta e, come gli umani adorano le trasformazioni dei tanuki, anche questi ultimi non riescono a rinunciare ai cibi succulenti dei nemici, hamburger di Mac Donald’s compresi. Alla fine, però, come la storia ci insegna, è la metropoli a fagocitare la campagna; è la nuova cultura mass-mediale a zittire le tradizioni. Ed è così che i cani procioni perdono la guerra. Quelli che sopravvivono sono costretti a tramutarsi in esseri umani, anche se i loro ricordi rivivono prepotentemente nelle immagini che sanno ricreare. Lo spettatore si commuove e Takahata si dimostra maestro nel concentrare all’interno di una sola pellicola tutta la storia di una nazione.

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