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Delusioni d’amore

Cinquatanove primi di durata, e uno svolgimento, per l’epoca, di grande originalità. Tra le protagoniste di un varietà teatrale si instaura un rapporto di sottile ma acre rivalità. Da una parte c’è Selma, diva del recital brillante, bella e aristocratica, dall’altra Maggie, commediante dal cuore tenero e sognatore. Al, batterista jazz che accompagna gli spettacoli, intesse una relazione con quest’ultima, ma cede a più riprese alle profferte maliziose e cariche d’invidia della seduttrice Selma.

Monta Bell intesse una vicenda agrodolce, e piuttosto originale grazie all’inatteso superamento dell’adulterio, sull’instabilità intrinseca delle relazioni sentimentali, scuotendo con vis comica il vissuto della vulnerabile Maggie e punteggiando l’intreccio di massime a volte freddamente realiste ma di antica efficacia – “Ridi, e il mondo riderà con te. Piangi, e il mondo riderà di te”: un motto forse crudele ma ben compatibile con uno spaccato sociale che rivolta l’atmosfera da commedia brillante e si fa dolente veicolo di nostalgia e smaliziata rassegnazione.
Il film è conciso – la copia giunta all’oggi, presentata all’interno del progetto Chaplin della Cineteca di Bologna, in seno a “Il Cinema Ritrovato”, risulta mancante di alcune sequenze in technicolor – e i dialoghi, sparuti perché si tratta pur sempre di muto, offrono una piacevole alternanza tra efficace ironia e un certo afflato melanconico e disilluso.
Film gradevole, insomma, troppo sintetico per penetrare nel profondo, ma venato di soluzioni narrative e trovate davvero gustose (l’amante immaginario, macchietta irresistibile) e impreziosito da una cifra tecnica realmente eccelsa per i tempi, tra montaggio fluido e, soprattutto, fotografia nitida e luminosa.
Buone le prove degli attori, su tutti la mesta e fragile ZaSu Pitts.

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