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La doppia anima della principessa dei lupi

“Principessa Mononoke” è, come già “Nausicaa Della Valle Del Vento”, un film incentrato sull’ibridazione e sull’accettazione del diverso, a cominciare dalla vicenda del protagonista maschile Ashitaka, principe della tribù degli Emishi, che nell’uccidere un dio Cinghiale si procura una ferita mortale che gli divora lentamente il corpo. Ecco subito il primo incontro tra le due culture antitetiche che dominano la logica della pellicola: gli umani e gli animali, due popoli che convivono in perenne lotta per la conquista dello spazio vitale. L’ibridazione si incarna però in maniera più scoperta nella protagonista femminile, San, altrimenti detta Principessa Mononoke, giovane ragazza adottata dai lupi, in cui ritroviamo il conflitto perenne tra natura umana e formazione animale. Miyazaki riprende quindi uno dei binomi più classici del pensiero filosofico – natura contro cultura – ma lo fa senza cadere nella banalizzazione e nella dicotomia assoluta, in quanto l’essere umano, qui, non coincide necessariamente con la cultura, come ben dimostra il personaggio di San, la quale vive infatti l’essere selvaggia come una conquista squisitamente culturale.
È un film epocale, e non a caso il verdetto del botteghino lo ha premiato facendone uno dei maggiori successi della storia del cinema. Più di due ore magnificamente condotte attraverso un’animazione senza sbavature, una colonna sonora eccellente – firmata dall’affezionato Joe Hisaishi – e una cura evidente nella caratterizzazione dei personaggi e nella scelta dei dialoghi, rendono “Principessa Mononoke” il capolavoro assoluto di Hayao Miyazaki, un’opera in cui tutto il suo guizzo creativo viene filtrato attraverso l’ormai enorme esperienza acquisita coi precedenti lungometraggi.

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