Home > Recensioni > Prova D’Orchestra

Apologo I

In una chiesa sconsacrata un’orchestra si riunisce per provare un concerto, alla presenza della TV. Il cinema racconta la TV, che racconta la prova d’orchestra, assimilandone il punto di vista. Il punto di ripresa cinematografico, infatti, corrisponde a quello televisivo, e la forte luce della troupe televisiva diviene il vero e proprio narratore, dato che tutti gli orchestrali si rivolgono ad essa per essere intervistati, profondendosi in monologhi che vorrebbero essere una poetica dichiarazione d’amore al proprio strumento, e invece sono discorsi alquanto ridicoli, resi ancora più inverosimili dalla loro parlata dialettale, dal loro aspetto marcatamente ottocentesco o vagamente hippy. Un’orchestra che assomiglia ad una banda di buzzurri, ad una scolaresca turbolenta e beffarda, sguaiati e arroganti bambini malcresciuti, per di più sindacalizzati, che mai diresti musicisti. Tutti litigano con tutti, uniti solo dall’odio verso il direttore d’orchestra, un tipo dall’accento tedesco che tenta d’imporre in tutti i modi la propria autorità. Regna l’anarchia. All’improvviso, però, una gigantesca palla d’acciaio sfonda il muro, ammutolendo tutti. Il direttore riprende la prova, strigliando tutti come prima, più di prima, con piacere sadico, preso da un’esaltazione crescente. Parla, urla in tedesco, finendo con l’assomigliare ai dittatori di non molto tempo addietro. Un apologo in chiave allegorica sulla società: il clima politico degli anni ’70? E cosa significa la palla d’acciaio? Le interpretazioni variano secondo l’esperienza storica e culturale. Di qui, l’eterna attualità del film.

Scroll To Top