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Un porto nascosto per scoprire se stessi

Che danno ci farà un sistema che ci stordisce di bisogni artificiali per farci dimenticare i bisogni reali? Come si possono misurare le mutilazioni dell’anima umana?
Con questa citazione dello scrittore Eduardo Galeano si aprono i titoli di testa del sesto film di Gabriele Salvatores, “Puerto Escondido”.

Una carrellata di vetrine e negozi, donne impellicciate e uomini d’affari sempre in movimento, e, in contrasto, l’immagine immobile, statica, quasi irreale, di stranieri e emarginati che osservano la gente con sguardo indagatore.
Già nei primi fotogrammi, dalla straordinaria immediatezza visiva, Salvatores ci svela il tema cardine della sua nuova prova cinematografica: la critica al consumismo, carico di necessità superflue e di felicità illusorie.

Il film, dedicato a tutti quelli che sono convinti di essere felici, ci parla proprio di uno di loro, Mario Tozzi, vicedirettore di banca dalla vita corretta e ordinaria, convinto da sempre che rispettare le regole vuol dire costruirsi delle certezze, garantirsi un’esistenza sicura e tranquilla.
Mario, in un percorso evolutivo che è insieme fuga e rivelazione, precipita in un vortice di eventi imprevedibili, ai quali si abbandona irrimediabilmente.

Testimone scomodo di un doppio omicidio, il nostro impacciato protagonista fugge dall’assassino per approdare in un porto nascosto, Puerto Escondido appunto.
Lì Mario affronta, sostenuto dall’amicizia di una coppia di italiani fricchettoni e sbandati, una vera e propria rivoluzione personale: impara a vivere di espedienti, sempre al margine della legalità, e realizza finalmente, non senza una punta di amarezza, l’inutilità e la futilità della sua passata esistenza.

La peculiarità del film sta nella sua eccentricità, che è il frutto della continua sperimentazione tecnica e stilistica di Salvatores.
Oltre a sfiorare molti generi cinematografici, il noir dagli scenari fumosi e ovattati, il road movie e la commedia, il regista propone qui, grazie all’utilizzo della steadycam, inquadrature più soggettive e movimentate, e sfrutta l’espressività dei piani sequenza, che sanno rendere fedelmente la vastità degli spazi e la malinconia delle ambientazioni.

Ritorna inoltre la solita compagnia di attori-amici fedeli al regista, a partire dall’onnipresente Diego Abatantuono, che collabora anche alla stesura della sceneggiatura.
Buona infine la prova del poliedrico Claudio Bisio, che veste il suo ruolo con una tale naturalezza da rendere ancora più stonata la recitazione noiosa del pesce fuor d’acqua Valeria Golino.

Film non tra i più riusciti di Salvatores, ma che conserva intatta la potenza espressiva e la liricità tipica della sua produzione.

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