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Rapinatore o contestatore?

Poliziotti che come mastini di strada percorrono il loro perimetro districandosi tra gli aristocratici agenti federali arroganti e un po’ ottusi. Due rapinatori rintanati in una banca con otto ostaggi. La dinamica spaziale del film è semplice, ma Lumet mescola le carte ragionando su un tema classico di quegli anni – il rapporto tra singolo e comunità, l’invasione da parte dell’autorità dello spazio del privato. Non esiste un vero eroe né dall’una né dall’altra parte e sebbene l’ottica della storia sia vissuta da dentro la banca, Sonny e Sal restano uomini pieni di contraddizioni.

La grandezza del cinema americano degli anni 60/70 sta nel tessere la politica dentro le maglie dei generi, trattando temi sociali senza comizi: Sonny ne fa parecchi per strada senza mai essere didascalico, arringa e provoca la folla contro i poliziotti e l’autorità, denunciando l’ipocrisia di un Paese che in quegli anni fagocitava un’intera generazione in nome di una guerra senza senso. È un cinema che si rifà alla politica nel suo senso etimologico, rintracciando nella polis non solo i luoghi della città ma anche e soprattutto i cittadini che la vivono, indagando i rapporti che si intrecciano tra i due elementi, i conflitti e i fallimenti, scavando a fondo non nei proclami di partito ma negli animi degli uomini, raccontando lo smarrimento di un Paese attraverso le incertezze dei singoli. “Dog Day Afternoon” racconta con sublime avanguardia l’amore tra due uomini solo come uno dei tanti elementi che concorrono a definire i personaggi e non quello su cui far pruriginosamente leva. Lumet scende e filma in strada, facendo di NY un altro personaggio, attraverso un realismo che si affida a una regia sporca e confusa, che esprime esteticamente il disagio che in quegli anni poteva fare di un rapinatore un simbolo del popolo americano in rivolta.

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Anche per chi come il sottoscritto ha visto e vissuto questi film molti anni dopo la loro uscita, il rapporto simbiotico con gli stessi è innegabile: l’America di Lumet è l’America sporca, dilaniata, crudele e personale, eppure “mitica” nella sua freschezza, nel suo coraggio, nella perfetta consacrazione della sua stessa contraddizione.

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