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Un viaggio per perdersi e ritrovare se stessi

Dopo circa due anni di lavorazione James Ivory, supportato dalla preziosa collaborazione della sceneggiatrice Ruth Prawer Jhabvala, firma il suo ventiquattresimo film tratto dal romanzo “Quella Sera Dorata” di Peter Cameron.

È una delicata commedia odierna immersa nel fantastico paesaggio dell’Argentina (Uruguay per il racconto), perfettamente rispondente alle corde di Ivory che con estrema leggiadria ed eleganza sa costruire, smussando e limando le amarezze del territorio, una storia dalle contraddizioni intrinseche nell’essenzialità della propria natura.

È la singolare storia di Omar Razaghi, ragazzone impacciato e goffo che, sospinto dalla volontà della tosta e determinata fidanzata si imbarca alla volta dell’Uruguay nel tentativo poco promettente di convincere gli eredi di Jules Gund, scrittore morto suicida e autore di un unico romanzo, a concedere l’autorizzazione di scrivere una biografia su di lui. Omar irrompe inaspettatamente nella tenuta di Ochos Rios che ospita la decrepita proprietà della famiglia Gund e stravolge, spazzandoli via, i fragili equilibri di un clan del tutto sopra le righe di cui deve patire gli intrighi e le idiosincrasie.
Tutto ruota intorno alla sua figura e la possibilità di scrivere la fantomatica biografia ben presto da obiettivo principale si trasformerà in pretesto, per dare uno slancio più corposo e motivato verso cambiamenti estremi.
Gli altri personaggi prendono forza da lui, si aprono, si confrontano e si evolvono in un microcosmo il cui sviluppo è determinato dalla coralità di tempi e luoghi.

Sembra di danzare tra un personaggio e l’altro finemente invischiati in una difficile realtà troppo influenzata da un passato scomodo a tinte fosche e da un presente incalzante che induce al disvelamento di verità poco limpide.
Il film va infatti via via disgregandosi e la narrazione si assottiglia sempre più fino a perdere colore e continuità in una serie di avvenimenti che si concatenano e si consumano in modo troppo rapido e frammentario.
Ovviamente non manca lo humor, quello più sottile e penetrante che rende delizioso ogni dialogo e strappa un sorriso di compiaciuto piacere per il garbo con cui si affrontano temi scomodi e soffrenti.

Maestro in questo Anthony Hopkins che incarna un uomo vissuto dalla vita, scaltro e raffinato, dalla verve accattivante capace di padroneggiare bene i rischi del paradosso, essendo sempre fine e all’occorrenza pungente e ficcante.
Facilitato è nel compito dalla apprezzabile Laura Linney, donna di classe dallo sguardo severo e calcolatore che non si sottrae alle scellerate dinamiche del gioco delle mezze verità da cui prede piede la storia.
L’opera di Ivory non ha il tempo di fornire a ciascuno dei personaggi una connotazione ben definita (è imperdonabile non approfondire le motivazione che spingono Caroline a non accordare il proprio consenso alla biografia) creando dei coni d’ombra sui loro profili, lasciati in sospeso tra l’appena accennato ed il non chiarito, a svantaggio della sceneggiatura, scevra di quell’approfondimento che avrebbe altrimenti giovato alla descrizione dei personaggi e della storia.

OneLouder

Ivory o si ama o si odia e non ammetterebbe via di mezzo, eccezzion fatta per il film in questione che, ahimè, lascia uno stupefacente amaro in bocca! Lento, troppo lento… ci si smarrisce nei meandri della noia.

Pro

Contro

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